Pubblicato il 17 gennaio 2010 in prosa da hermansji
Vuoi sentire la voce che non ha voce? Vuoi leggere le parole che non hanno forma? Vuoi sentire la marea ma senza nemmeno una goccia d’acqua a bagnarti? Vuoi restare qui, nel punto esatto dove pulsa ogni dolore del mondo e sentire che lo chiamano in molti modi, qualcuno semplicemente vita? Vado a memoria per avere la pelle di tutte le inquietudini e penetrale penetrare ciò che più voglio rinnegare. L’oscurità, il nome delle stagioni, il sapore agrodolce dell’amore, l’inutile eco delle preghiere, il nome delle malattia, qualsiasi me che respira ma a contatto col freddo d’un colpo in canna…
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Pubblicato il 10 gennaio 2010 in prosa da hermansji
Il viaggio che sembra non finire, cercare il confine almeno con gli occhi e non trovare altro che strade. Gente in cammino come noi mentre la notte inghiotte piano il cielo. Poi ci prende il sonno e sedotti ci addormentiamo. Al mattino scaldare il motore prima di partire, non siamo noi a scegliere la nostra direzione. E’ l’amore che ci sconvolge, sposta ed ammobilia le pareti del cuore ma come vuole. Avere la voce e prendere le parole, ad una ad una, proprio come vengono dal fiore dell’anima. Riuscire a confidare quello che sentiamo e restare in attesa d’una risposta. Urlare di sangue mentre s’accende il fuoco sotto pelle, possedere e godere al ritmo della vita. Crederci ancora a quel senso di quiete che ti regala l’affetto di qualcuno quando s’addormenta o ti sveglia per affrontare la vita con te. Staccare a morsi i fiori della violenza per tenere l’odio del mondo fuori. Disegnare le stelle quando mancano i riferimenti per attraversare l’oscurità interiore… e conservare il pianto per quando servirà la pioggia. Tenere aperti i sogni per farci entrare il nostro respiro, amare e riprendere il viaggio che non sembra finire.
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Pubblicato il 27 novembre 2009 in blog, riflessioni da hermansji
E cospargiamoci il capo di cenere ma col sottofondo di un disco di Hiromi Uehara.
Perché gli scrittori si prendono troppo sul serio?
Certo, non dovrebbero mica arrabbiarsi più di tanto, mani e piedi, colle dovute proporzioni, sono imparentati, può capitare di confondersi. Così se uno scrittore scrive coll’arto sbagliato non c’è da essere permalosi, basta fare mente locale e togliere quel piede dalla tastiera, questione di abitudine.
Scrivere e pedalare forse sono la stessa cosa, c’è la stessa fretta quella di tagliare il traguardo delle vendite col romanzo giusto, azzeccando anche la festività più propizia. Pedalare, pedalare è tutto un affannarsi, anche coi piedi no? Superare un’altra curva e coordinare i riflessi del corpo per dare la spinta con meno soddisfazione al vento di critiche che li frena.
Agli scrittori non gli perdoniamo proprio nulla, non gli perdoniamo gli insuccessi, le virgole fuori posto o troppo perfette, figurarsi la normalità di certe loro inadeguatezze. Non possiamo perdonargli neppure il successo, perché diamo per scontato che vada meritato, peccato che la storia insegni come sia sempre stato conquistato, preso di forza, strappato.
Non gli perdoniamo nemmeno la banale normalità, come le foto tranquille e i sorrisi di circostanza. Non indulgiamo neppure quando si negano, si nascondono per non essere trovati oppure quando sono troppo di tutto: presenti, mondani, citati, cercati, davanti all’obbiettivo o tra le prime pagine.
E non gli perdoniamo nemmeno se ci abbandonano, se smettono di scrivere o se decidono di uccidersi per una semplice fragilità umana. Così quando gli scrittori se ne vanno, non gli perdoniamo nemmeno l’uscita di scena. Vorremmo che fosse riscritto il finale perché è imperativo il continuare a raccontare. Devono dirci come la vedono la vita, come la fingono, come la ingannano, non possono smettere, non si può.
Non gli perdoniamo la depressione, nemmeno la malattia perché non possono smettere di raccontarci il dolore, la gioia, non possono.
Devono reggere il peso della vita, devono restare calmi qualunque sia la diagnosi, qualunque sia quella violenza che tengono dentro.
Gli scrittori non possono perdere la speranza come noi.
Pubblicato il 26 ottobre 2009 in prosa da hermansji
Silenzio d’oceano mentre le correnti trascinano e rimescolano tutto. E nella mente pensieri contundenti coll’occasione buona per dare cibo al corso degli eventi, le preghiere a memoria adatte a sciogliere i nodi nelle reti dell’anima. Il retro gusto amaro delle poesie, perché io odio la poesia tanto quanto odia me, colle briciole del tempo che scarseggia porto in tasca i doni della sirena, la furia che incalza invocando l’autodistruzione. Qui, dove si compone e si scompone l’ultimo rintocco di ogni cosa già detta e di ogni vita già vissuta, in questa contraddizione mia è la mente che cancella la distanza col principio della fine, qui il silenzio non arretra ma segna, colle dita nell’aria, il suo vangelo di incomunicabilità.
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Pubblicato il 21 ottobre 2009 in poesia da hermansji
e ricordo male
forse perché ho preso l’abitudine
a mettere in soggezione i pensieri
ma poi che avevo mai da dire
o su cosa dovevo riflettere?
la confusione che lancia sassi
nel lago dei miei non so
e dormo il sonno che è già finito
mi sveglio che la giornata
non s’è caricata a sufficienza
poi combatto le storture
ma finisce che non mi ritrovo
dentro un mare di silenzio
come se avessero tolto d’improvviso
ogni vibrazione anche alle paure
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Pubblicato il 9 ottobre 2009 in prosa da hermansji
In perfetta solitudine a rimarginare le fratture senza usare le parole, ora che le odi ma di più, un gioco alla pari perché anch’esse odiano te. Camminare trascinando la gamba, anche se resterà qualche cicatrice sul fianco, te ne farai una ragione. La verità? Ci avrai pensato che eri finito all’angolo tra te e te, schiacciato dall’inquietudine del suono delle parole quando certe domande sono più belle senza le nostre risposte. E le bugie? Le avrai vendute per qualche rotella di liquirizia oppure tenute in tasca piegate per ricordartele ancora. Le gioie? Ci avrai condito almeno gli spaghetti quando a nessuno andava di cucinare, usciti dall’ospedale senza voglia di parlare col sottofondo del traffico o di quelle stupide canzoni dove tutto è perfetto. I dolori? Almeno con quelli è venuto bene farci l’amore perché poi smetti di pensare e ti lasci andare, all’interno di qualche tuo personale labirinto. Ma devi ripassare la parte perché non sei il mostro alla fine del dedalo e nemmeno l’innocente che merita il pianto della consolazione. Poi smetterai, quel giorno smetterai perché non ne puoi più, hai le palle piene di trascinare con te la vita e vorresti muovesse il culo per camminare da sola. Ti andrebbe bene anche cercare la combinazione giusta per salvare tutto di te ma con un altro nome, uno che non sia quello di un santo perché punto due punti punto hai già perso il filo che l’arianna coscienza aveva lasciato per guidarti verso la fine. E provare a respirare che ancora non si paga, questa aria satura di veleni, provare e provare, semplicemente respirare.
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Pubblicato il 26 agosto 2009 in prosa da hermansji
Tracce di biscotti e cappuccino sul tavolo della cucina, tu che prendi e sbatti la porta mentre lasci dietro questo universo ancora in fiamme, io sempre in ritardo o m’ero solo portato troppo in anticipo? Il “mode on” scritto e ripassato sopra i buoni propositi, peccato averli lasciati alla rinfusa nel caos delle giornate ancora da spacchettare. Il grigio dell’asfalto che gira attorno al problema come me che alla fine faccio sempre la stessa strada, sarà la pigrizia a non farmi trovare una cazzo di via d’uscita? E tracce di frenate per non andare a sbattere contro i margini d’altra confusione, il cuore che rompe le arterie a forza di pompare il suo urlo di paura, io che resto al centro dei progetti ed intorno solo il traffico di altra vita.
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Pubblicato il 24 agosto 2009 in prosa da hermansji
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Questa è la buonanotte per te, prima che venga a bussare, persa per persa, la fretta di un’altra nostalgia. C’è una piccola stella in questa oscurità che lenta avvolge i pensieri, s’è pure messa a bussare contro la porta e m’ero scordato perché la tenevo serrata. Quando le ho aperto sono stato avvolto dalle correnti di altre necessità, ed anche se, alla fine del giorno, crolliamo tra le braccia d’un sonno che non seduce più di tanto, resta accesa una ferita di speranza al fondo di noi. Così, senza aver mai trovato il manuale che spieghi il perché della vita, ci prepariamo a stare meglio in piedi il prossimo domani, e questa notte servirà solo ad insegnarci come planare anche nella realtà. Buonanotte.
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Pubblicato il 12 agosto 2009 in prosa da hermansji
Eppure con me la vita non ha rigato dritto, forse per questo, quando ho potuto, l’ho ferita anche se poi ho perso altro sangue. Sarà il rumore della frenata, sarà che tutti questi frammenti altro non sono che tracce dello schianto dei miei pensieri, così ad un certo punto resto senza parole. Eppure il cuore s’ostina a pulsare.