cieca arroganza

Pubblicato il 9 aprile 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Crescono, bruciano nell’inerzia fiori d’irresponsabilità. Come guardare, dal finestrino d’un treno sempre in movimento, i disagi e le situazioni scomode tanto non ci toccheranno mai colle loro dita.
E decidiamo noi quando è l’ora di scendere alla stazione, con i nostri cestini avvelenati, pieni di parole fumanti e contorni di altre parole, da regalare a tutte quelle vite che non c’è davvero un motivo per lasciarle ancora respirare.
Crescono, bruciano nella media mediocrità fiori di guerra. Il cuore incollato al petto e pieno sì ma di indecisioni, è meglio lasciarle affrontare agli altri. Dedichiamo il resto del viaggio a giustificare le nostre necessità nella scrittura di culture morte e sepolte da tempo come le loro divinità.
E poi come ci annoiano gli altri viaggiatori, si mettono sempre in mezzo, vorrebbero scendere. Ma no, lasciate fare fermeremo tutti alla prossima stazione. La prossima sarà quella giusta, non ci sarà tutta quella umanità e quella disperazione, la prossima, la prossima è la nostra destinazione.
Ma c’è sempre modo d’usare la violenza contro questi stupidi contestatori. Alle volte, la violenza non basta e, per non sentirli più urlare di fermare il treno, tocca disfarsi dei passeggeri più scomodi. Nessuno che vuol capire come questo treno debba sempre viaggiare.
Ma c’è sempre modo d’usare la violenza contro questi stupidi contestatori. Alle volte, la violenza non basta e, per non sentirli più urlare di fermare il treno, tocca disfarsi dei passeggeri più scomodi. Nessuno che vuol capire l’unica regola del treno… la prossima stazione, la prossima è sempre la nostra destinazione.
E Il treno no, non si fermerà nemmeno quest’altra volta. Avremo ancora il tempo di affrontare le contraddizioni, le nostre letture di fretta, i giornali che più scavano e meno trovano, questa situazione europea che non ci spaventa, perché tanto noi siamo il piccolo treno italiano, noi continuiamo ad osservare il paesaggio e aspettare la prossima destinazione.
Siamo gli occhi che pure osservano, le teste che s’alzano per indossare maschere comode pur d’aver ragione in ogni occasione. Noi. Noi. Noi, guardiamoci davvero noi… non siamo quello che siamo, non andiamo dove andiamo perché disegniamo i percorsi che vogliamo, colla presunzione di non dover rendere conto a nessuno delle svolte improvvise. Noi siamo il treno che viaggia verso la sua destinazione.
Scenderemo tutti alla prossima stazione. La prossima sarà quella giusta, non ci sarà tutta quella umanità e quella disperazione, la prossima, la prossima è la nostra destinazione.
Poi arriverà anche la consunzione ed il treno italiano affonderà sui binari. Resteremo solo passeggeri senza via d’uscita. E tutta quell’umanità là fuori, tutto ciò che odiavamo sarà l’unica cosa a non essersi corrotta, l’unica forma di vita a sopravviverci senza mai essere scesa a compromessi con la nostra cieca arroganza.
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miele e la caduta

Pubblicato il 13 marzo 2010 in prosa da hermansji

Strane le parole, certo lo aveva imparato anche se testarda continuava a ripetersi che non è forte chi distrugge ma chi riesce a conservare i cocci fino a farsi bastare il fuoco sufficiente per giungere al termine della più nera notte. Strane le dita sporche di terracotta, modellavano senza un vero perché, carezzavano e ci trovavano dentro le forme aggraziate d’una danzatrice pronta a rialzarsi dalla sua caduta. E lei ripensava allo scivolone preso, capelli strappati, calci, morsi e sputi gentilmente donati dalle sue compagne. Pulsava, sotto quella montagna di riccioli biondi, il pozzo oscuro d’una rabbia, così Miele pensava anche alla gabbia metallica della carrozzina che non le consentiva di muovere il corpo verso tutte le direzioni che la mente voleva invece raggiungere. Se non era riuscita a sottrarsi alla violenza del pestaggio era anche colpa sua, colpa di quelle sue gambe inutili, non erano mai state buone per tenerla sui suoi piedi, sì cazzo… come tutte le altre. Eppure, nonostante la nera eclissi di pensieri ed emozioni contundenti, le dita modellavano dolci la silhouette in procinto di rialzarsi. Il suo cuore voleva prendere la chitarra per urlare elettrico l’amore che nascondeva dentro le coperte di quel dolore. Sentiva sotto pelle il sapore di tutte quelle direzioni, abitavano dentro la sua testa ed avrebbe voluto percorrerle all’infinito, senza cedere alla stanchezza del corpo. Solo che, dopo quello che le era successo, Miele era anche tornata ad accarezzare, pur se con timore, gli spartiti. Voleva trovare la forza per affrontare la sua musica ma, buttando gli occhi sulle fasciature, ricostruiva la forma esatta delle sue ferite e non si sentiva forte abbastanza. Così mentre modellava, si incazzava inanellando pensieri e singhiozzava, erano arrivati… avevano compreso che stava lottando da sola. Miele li abbracciava, si aggrappava ai suoi animali come una bambina. Erano lì per farle coraggio mentre lottava per sollevarsi dal fondo di quella profonda caduta.
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ed i fiori crescono

Pubblicato il 27 febbraio 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Ed i fiori crescono anche al riparo dei capricci del tempo, restano a godersi il principio del mattino quando a noi invece viene addosso quella nostalgia difficile da spiegare. Le nostre automobili vanno veloci, forse perché abbiamo già impattato contro un muro di ostacoli nella fretta di vedere che faccia avesse alla fine la nostra direzione. I nostri occhi restano appesi alle domande da fare e alle risposte da dare, solo che poi manca il tempo per fare uno scambio equo, così io prendo le domande e a te restano solo le risposte ma quelle sbagliate. Ed i fiori ci osservano al riparo dell’inutile violenza che mettiamo in ogni gesto, restano a godersi senza necessità da di noi anche il principiare della notte quando ci resta addosso solo la nostalgia difficile da spiegare.
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sotto un cielo tenue

Pubblicato il 28 novembre 2009 in prosa, riflessioni da hermansji

Dove non possiamo chiedere non ci ascoltano le risposte. Sebbene della vita sia tutto così breve, a volte ho la sensazione che il cielo sia tenue come i tuoi occhi o che la corolla d’un fiore riesca ad ingoiare il dolore del sole. Prova ad immaginare il mondo come lo vedo, quell’eterno smarrimento e quelle urla che non smettono, la notte che sbanda ma non muore anche se provano a soffocarla. Cercare di parlare con la voce del silenzio che arriva in punta di piedi. Ascoltare l’orrore di questa rivalità di violenza. Gli occhi dei bambini terrorizzati e nascosti sotto le coperte, il sacrificio di gente onesta, il disprezzo distillato con la pietà ma l’unica consolazione è credere che prima o poi tutto cesserà. Lasciarsi andare con quel bisogno di svanire ma non avere neppure il coraggio di premere il grilletto, mentre cadono pensieri con lente gocce di sangue in un catino. Smettere di cercare le risposte perché le cose vanno così, tutto qui. Rinunciare ad avviare la ragione e disattivarne l’opzione dal setup dell’anima. Ma vorrei che il cielo fosse tenue come i tuoi occhi.
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come suonava la domanda

Pubblicato il 2 gennaio 2009 in prosa da hermansji

Non fa rumore il tuo respiro come se tu avessi paura del mio giudizio. Ti sei appiccicata a me solo perché ero l’unico che forse non gliene fregava niente del tuo piangerti dentro, sempre più in disparte. Eppure mi ripetevo in silenzio, e non mi assecondavo, il ritornello del “farsi i fatti propri” ma, quando alla fine hai smesso quell’aria triste e ridevi d’ogni mia stupida frase, ho concluso che è proprio vero le coincidenze non esistono è la vita ad essere stata progettata a caso. Poi hai smesso d’improvviso di ridere, si è fatta gelida la nostra vicinanza come se ti fossi accorta d’un tratto che non c’era più dolore nella ferita che ti portavi dentro. Ho ripreso l’andatura dei fatti miei riflettendo a cosa poi? A sì, deve esserci qualcosa, forse diversamente speziato per ognuno… qualcosa di caldo ed importante da giustificare l’eterno sanguinare della mente e del corpo. Magari assomiglia alla risposta per la quale si è lottato fino a dimenticarsi come suonava la domanda. Oppure era simile alla volta che era apparsa, davanti agli occhi, una bastarda occasione ma il cuore ti aveva preso al collo ricordando cosa significhi fare l’uomo con in tasca doveri e responsabilità. Forse altro non era che lo scorrere del tempo quando non volevi ascoltare, eppure ti hanno spalancato lo stesso la porta della speranza. Forse non è niente di che ma permette di guardare dritto al cuore della vita e smettere di accettare la violenza con cui artiglia.
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