Mi rendo conto che questa lettera verrà ad infastidire le tue calde giornate. E dalle foto che hai mandato di nascosto ad Isabella, vedo che la tua compagnia è migliore della mia. Ora che ti scrivo vedo che sei a monta di un bel cavallo nero. E ti tiene con sicurezza, da dietro, un uomo che non conosco. Mentre io sono perso tra i miei soliti progetti. Carte sparse per casa e polvere. Polvere. Finestre chiuse perché i miei occhi non sopportano più la luce del giorno. Si lo sai meglio di me che il mondo non si è accorto di me quando sono nato figurarsi se prima che io muoia riuscirò a cambiarlo. Eppure. Eppure… rammenti quello studio sulle camole della farina? Pare ci siano degli sviluppi. Una settimana fa un giovane ricercatore mi ha contattato. Ha un finanziamento tra le mani e voleva chiedermi di riprendere con lui gli studi sul nuovo antibiotico. Sai come sono fatto. Mi sono preso il tempo di riflettere. A modo mio. Infondo qui tutto è mio. Scusa se ci sono delle macchie di inchiostro qui e là. Uso ancora il vecchio pennino e l’inchiostro ricavato dalle bacche di mirto e di ginepro. Si, sono vezzi che con l’età si sono acuiti. Ma cosa importa. Infondo non devo avere a che fare con nessuna donna. E la casa andrà in malora da sola come me. Senza far rumore …
Forse sarebbe il caso che ti dica perché ti scrivo. Il fatto è … che non ho trovato nessun buon motivo. Ed allora ti scrivo. Basta. Senza domande. Buttale tu, a caso come i dadi, vedi cosa esce fuori. Ma so che non hai nessuna voglia e starai facendo spallucce ripetendo dentro di te: vecchio pazzo, vecchio pazzo. Magari con quelle piccole tue inflessioni sulle vocali, dolci all’inizio e poi aspre alla fine. Vedi è soprattutto il modo in cui non riusciamo ad ingannare le circostanze la ragione che svezza le pieghe del cuore. Così adesso che ho riposto ogni segreto nelle pagine bianche che non sono più riuscito a scrivere. Separando da me tutte le paure, ora mi sono scelto il giorno per cominciare a nascondere la calunnia dei miei dogmi. E respirando fragilità e polvere, mi sono assuefatto del pensiero, il quale non mi abbandonerà nello stesso versante del colmo, dove mi aspetta la caduta, l’abisso profondo dove stanno i draghi ed i rovi carichi di more. Così se tornerai, se verrai, fallo quando c’è l’odore del sale nell’aria, portando la tua veste migliore. Quel giorno mi troverai a terra, seduto con la schiena contro il piede del pianoforte, gli occhiali rotti e lo sguardo fisso nel vuoto. Quel giorno non riflettere la mia ambigua luce, come fanno certe pietre, perché ho un gatteggiamento tutto mio. E quando è caldo scava come il mare la morbida sabbia. Ma quando è freddo sanguina ai bordi come il ciclo delle donne. Non chiedermi inutilmente perché? In effetti a guardarci dentro dall’esterno, in tutto questo, mi ricorda un poco quei giorni in cui volevi tanto che ti regalassi qualcosa che avesse un senso profondo. Ed avevo scelto, rammenti? Avevo scelto quel largo cappello di foglie di cocco. Mi ricordava le giornate d’agosto ed il farsi del mezzogiorno con quello strano disegno tra gli olivi. Come le ali d’un volo. Così volevo che ci fosse il sole sulla tua testa. Il suo calore con te.
Si. Mentre ti scrivo ascolto ancora quel vecchio disco. Fruscia tranquillo il grammofono e si muove in queste stanze il violoncello, come è seducente, con la sua grassa voce, propone, propone e poi dispone. Ed in effetti, nella mia ora, bussano le ombre al mio cuore perché certi giorni mi dedico tutto ad appagare le frustrazioni degli altri. Certi altri stringo i pugni e tra le dita, tra le dita riposa un piccolo gatto con le ali di rondone. Ma quando verrai, non chiedermi perché il colore della mia aura sia blu scuro? Infondo le trasparenze sono belle per questo. Come quando il vento ti scompigliava arrogante i capelli e c’era la mia mano a ordinarli. Tu t’arrabbiavi perché non ti trovavi mai bella come ti vedevo io. E’ cresciuto il lychee. Carico di frutti anche se nessuno gli dedica affetto. E’ cresciuto.
Prendi oggi, sono venuti i piccioni ed uno di loro conduceva sul suo becco una piccola foglia di salvia. Lo so che dalle tue parti questa pianta è maledetta. Ma io ho sempre pensato che fossero storie scritte alla rovescia. Così l’ho preso come un dono e l’uccello ha accettato lo scambio tra un pugno di grano e la sua foglia. Ora mi tiene compagnia mentre ti scrivo. Perdona le macchie d’inchiostro e questa calligrafia traballante. Lo sai non mi è mai importato nulla degli occhi. Così ora loro non si curano del “bello stile”. A qualcosa bisogna pur rinunciare anche se mi manca la coerenza per arrivare fino in fondo. Me lo rimproveravi sempre. Hai talento ma preferisci regalarlo che farlo fruttare. I mediocri con una briciola delle tue doti farebbero fior di quattrini. Ma sai ho fatto un giuramento tempo fa ed a quel giuramento mi sono attenuto. Salvare una vita umana quindi, anche se ora avrei bisogno d’una buona lavata, di panni freschi di bucato o di qualcuno che metta un poco d’ordine a questa casa, ecco, alla fine non me ne frega assolutamente niente di calcolare il valore delle cose. E rido se ci penso. Si, ci penso. Non ho niente ed avrei potuto avere tutto dalla vita. A te non viene da ridere? Tutti hanno rubato. Tutti hanno preso il loro pane. Ed io non ho buoni neanche più i denti. Non lo trovi così divertente?
Ecco, vedi. Non avevo molto da dirti. Quindi ti saluto, a modo mio si intende, fa conto che ho spento d’improvviso la luce e che ti è sembrato di sentire dei passi andar via.
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Autore: hermansji.:. - Resta aggiornato, iscriviti gratis
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