Il biglietto tra le dita, il ritorno del freddo, il traffico rallentato e lo sguardo un po’ triste come quella sensazione di non voler proprio andare via. Le cose da fare, la mente comunque occupata, la musica nelle orecchie che va, il quadrante argento vintage che segna soltanto l’una, il diario nero ma nessuna poesia da legare al sonno del foglio. E le donne, le donne, quante donne che ti danno il buon umore, ti danno pure il tormento, ti fanno stare bene e stare male prima d’arrivare all’accapo di quello che davvero volevi dire. Il traffico ha ripreso la sua schizofrenica andatura tra le discussioni generali degli altri passeggeri, come un bambino a disegnare con le dita sul finestrino appannato del pullman, forse arriverà la neve per davvero e già la gente a preoccuparsi. Partire, ripeterselo ancora almeno per farsi venire la voglia di dire quel sì e, poi, smettere di giocare col biglietto come fosse solo un pretesto per ricordarsi che è toccato partire. Ricordarsi di sorridere, smettere di osservare quello che accade fuori dal finestrino e ricascarci per osservare imbambolato qualche donna con imbraccio il suo bambino. Aprire il diario nero e provare a scrivere, scrivere da che ormai è rimasta solo l’abitudine anche a quello, poi rileggere e voler strappare tutte queste inutili parole, chiudere il diario e promettersi che la prossima volta sarà per qualcosa d’importante, un motivo decente per cui valga la pena svegliare le parole dal letargo. Chiudere gli occhi, provare a dormire per ingannare il pensiero del viaggio e ritrovarsi a pensare all’odore del tuo corpo, allo sguardo così intenso che hai quando facciamo l’amore mentre la musica nelle orecchie continua ad andare senza nemmeno far caso a dove.
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Autore: hermansji.:. - Resta aggiornato, iscriviti gratis
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