sono io il tuo dio

Pubblicato il 5 aprile 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Ok. Adesso riproviamo. Scriviamo le cose belle, quelle che fanno anche del bene. Dai, cosa ci vorrà mai a mettere in fila le parole che piace leggere? Basta solo abbassare il volume, attenuare le fibrillazioni ed evitare le vibrazioni mentre la puntina del tuo cervello ascolta e porta via, uno strato dietro l’altro, i solchi neri di questo flusso di parole. Dai. Riproviamo insieme ad essere semplici perché non serve molto, basta soffiare sul fuoco della normalità. Non devi per forza usare quel tuo scontroso archetto per accarezzare le righe di carta. Carta, carta, è solo carta capito? Dammi retta, anche tu puoi farcela! Puoi diventare finalmente parte del teatro artificiale… di quella élite che veste di scrittura stretta e banale. Anche tu potrai mettere piede dentro all’incantevole paradiso fatto di scrittori che non hanno niente da dire. Vedrai, vedrai come ti sentirai meglio a sfiorare colle dita quelle porte e ti sarà finalmente aperto. Ma pensa solo al tuo obiettivo e non farti distrarre. Metti all’angolo il tuo stupido ego. Ascolta me. Guardami negli occhi. Devi fare come dico. Ho costruito talenti d’arroganza mica da ridere, gente che non guarda più dove mette i piedi da così tanto tempo. Ascolta solo me. Sono ora il tuo dio e, piegandoti a me, diverrai finalmente qualcuno. Dai. Datti una ripulita. Smetti questa noiosa oscurità che ti porti sempre dietro. Allungati il sangue della droga che ti darò. Portati a letto la poesia da quattro soldi. Vedrai, vedrai come è calda la sensazione che avrai dentro le tue vene, proprio come fare sesso per la prima volta con una donna. No, cazzo noooo!! Allora non mi ascolti? Continui a scrivere seguendo quel tuo istinto. Cristo, no non ti porterà da nessuna parte. Ti comporti come le bestie che si stanno estinguendo, finirai dentro una gabbia ad urlare fino al giorno della tua morte. Cazzo nooooo, non ci siamo capiti. Devi fare come tutti gli altri… ascolta! Te lo ripeterò fino a bucarti quel cervello. Devi dare alla gente quello che vuole. Oggi conta solo il sangue e tu devi sanguinare, i lettori vogliono vedere che scrivi con il tuo sangue ma come se non fosse niente, sempre col sorriso in bocca. Devi far vedere quanto sei vincente, che non c’è uno più bastardo di te fuori. Nessuno come te. Ai perdenti non hanno mai aperto quelle porte. Fai quello che ti dico e ti porterò con me. Entrerai nel paradiso della scrittura anche tu. Ma devi fare solo quello che dico io. Capito? Ripeti! Non sento, ripeti “tu sei il mio dio”. Ripetilooooooooooooooooo! Non sento! Ripetilo! Ripetilooooooooo! Cazzo, cazzo! Ripetilooooooooooooooooo! Sono io il tuo dio! Sono io il tuo dio! Ascolta me!
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senza nemmeno far caso a dove

Pubblicato il 5 marzo 2010 in prosa da hermansji

Il biglietto tra le dita, il ritorno del freddo, il traffico rallentato e lo sguardo un po’ triste come quella sensazione di non voler proprio andare via. Le cose da fare, la mente comunque occupata, la musica nelle orecchie che va, il quadrante argento vintage che segna soltanto l’una, il diario nero ma nessuna poesia da legare al sonno del foglio. E le donne, le donne, quante donne che ti danno il buon umore, ti danno pure il tormento, ti fanno stare bene e stare male prima d’arrivare all’accapo di quello che davvero volevi dire. Il traffico ha ripreso la sua schizofrenica andatura tra le discussioni generali degli altri passeggeri, come un bambino a disegnare con le dita sul finestrino appannato del pullman, forse arriverà la neve per davvero e già la gente a preoccuparsi. Partire, ripeterselo ancora almeno per farsi venire la voglia di dire quel sì e, poi, smettere di giocare col biglietto come fosse solo un pretesto per ricordarsi che è toccato partire. Ricordarsi di sorridere, smettere di osservare quello che accade fuori dal finestrino e ricascarci per osservare imbambolato qualche donna con imbraccio il suo bambino. Aprire il diario nero e provare a scrivere, scrivere da che ormai è rimasta solo l’abitudine anche a quello, poi rileggere e voler strappare tutte queste inutili parole, chiudere il diario e promettersi che la prossima volta sarà per qualcosa d’importante, un motivo decente per cui valga la pena svegliare le parole dal letargo. Chiudere gli occhi, provare a dormire per ingannare il pensiero del viaggio e ritrovarsi a pensare all’odore del tuo corpo, allo sguardo così intenso che hai quando facciamo l’amore mentre la musica nelle orecchie continua ad andare senza nemmeno far caso a dove.
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sclero d’autore, il mio terzo contributo al Liblog

Pubblicato il 27 novembre 2009 in blog, riflessioni da hermansji

E cospargiamoci il capo di cenere ma col sottofondo di un disco di Hiromi Uehara.

Perché gli scrittori si prendono troppo sul serio?

Certo, non dovrebbero mica arrabbiarsi più di tanto, mani e piedi, colle dovute proporzioni, sono imparentati, può capitare di confondersi. Così se uno scrittore scrive coll’arto sbagliato non c’è da essere permalosi, basta fare mente locale e togliere quel piede dalla tastiera, questione di abitudine.

Scrivere e pedalare forse sono la stessa cosa, c’è la stessa fretta quella di tagliare il traguardo delle vendite col romanzo giusto, azzeccando anche la festività più propizia. Pedalare, pedalare è tutto un affannarsi, anche coi piedi no? Superare un’altra curva e coordinare i riflessi del corpo per dare la spinta con meno soddisfazione al vento di critiche che li frena.

Agli scrittori non gli perdoniamo proprio nulla, non gli perdoniamo gli insuccessi, le virgole fuori posto o troppo perfette, figurarsi la normalità di certe loro inadeguatezze. Non possiamo perdonargli neppure il successo, perché diamo per scontato che vada meritato, peccato che la storia insegni come sia sempre stato conquistato, preso di forza, strappato.

Non gli perdoniamo nemmeno la banale normalità, come le foto tranquille e i sorrisi di circostanza. Non indulgiamo neppure quando si negano, si nascondono per non essere trovati oppure quando sono troppo di tutto: presenti, mondani, citati, cercati, davanti all’obbiettivo o tra le prime pagine.

E non gli perdoniamo nemmeno se ci abbandonano, se smettono di scrivere o se decidono di uccidersi per una semplice fragilità umana. Così quando gli scrittori se ne vanno, non gli perdoniamo nemmeno l’uscita di scena. Vorremmo che fosse riscritto il finale perché è imperativo il continuare a raccontare. Devono dirci come la vedono la vita, come la fingono, come la ingannano, non possono smettere, non si può.

Non gli perdoniamo la depressione, nemmeno la malattia perché non possono smettere di raccontarci il dolore, la gioia, non possono.

Devono reggere il peso della vita, devono restare calmi qualunque sia la diagnosi, qualunque sia quella violenza che tengono dentro.

Gli scrittori non possono perdere la speranza come noi.

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(Potete leggere il mio contributo al Liblog, sul tema “Sclero d’autore”, qui: http://liblog.blogdo.net/vita-da-autore/sclero-d’autore/)


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hai messo la cornice

Pubblicato il 19 novembre 2009 in prosa, riflessioni da hermansji

Fuori della notte, fuori dal buio del disprezzo che hanno gli altri quando ricordi loro che nessuno è perfetto. Fuori dal sentiero già segnato da chi d’improvviso ha smarrito la sua ironia, da chi si è perso inseguendo l’ombra del mondo.
Nessuno di preciso sa che cosa voglia dire poesia, così scrivere è come usare i pennelli per buttare giù le tue impressioni su una stoffa dove qualche volta piove, tra le trame navi vanno per le loro rotte senza rimpianti.
Alla fine, quando hai messo la cornice e delimitato i confini di quello che vuoi mostrare, ciò che hai scritto non ti appartiene più. E’ già dentro la fantasia di chi ti stava ad ascoltare, di chi seguiva le stradine del tuo raccontare.
Così come certi quadri che appartengono agli occhi di chi li ha osservati ed evolvono in nuovi personali dipinti, anche quello che scrivi cresce dentro gli altri e, se va bene, metterà dei fiori ma senza far troppo rumore.
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