ho finalmente aperto gli occhi

Pubblicato il 16 agosto 2009 in prosa da hermansji

Ho finalmente aperto gli occhi, tanto tu non parli e non è più rovente il giorno coi suoi odori. Mi muovo per casa, attraverso stanze come il cambio di stagioni, osservo e provo ad immaginarti sempre diversa, un secondo dietro l’altro. Sarà per questo che se fossi realmente qui mi mancheresti al rinnovarsi degli istanti. Sarà pure che ho troppo poco spazio nel cuore come l’essere stupidamente umano, ma alla vita, che stravolge e distrugge tutto, non ho mai creduto. Ho così contrapposto, di volta in volta, arroganti alternative anche per mettere suture sulle incongruenze del divino. Se è vero che abbiamo un angelo custode, il mio didimo sorride nonostante le lunghe ali nere. Se è vero che c’è qualcuno che mi suggerisce pensieri innocenti, il mio didimo ha un cuore più grande del mio, nonostante in comune ci sia lo sguardo pieno di oceani urlanti. La vita, in cui ho smesso di credere, mi osserva senza dire niente e mi cresce qualcosa dentro, accade quando son già caduto. Prima del rintocco finale, m’assale un mondo di cose dentro, m’attraversa una frequenza che non so descrivere, e spesso serve a farmi rialzare. Lentamente torna la voglia di affrontare anche le più difficili brutture. Così a me, che hanno insegnato solo le verità del dolore, tu manchi, però se fossi così vicina avrei comunque la sensazione della tua assenza e non saprei il perché.
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pian piano

Pubblicato il 26 luglio 2009 in prosa da hermansji

Un altro pezzo di piano, tagliato a fette con un giro di accordi ed una variazione anche se stanca. Le dita che fanno male, qualcosa da dire al silenzio che poi sorride al bordo. Eppure hanno già suonato tutto e raccontato sempre le stesse cose. Così anche quando il mondo è già finito, proprio come questo spartito, il mondo ricomincia da un semplice vagito, forse perché “quel” mondo non c’è stato mai…
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nemmeno un segno

Pubblicato il 20 marzo 2008 in poesia da hermansji

Rassomigliare a qualcosa che non c’è per traboccare da e per.

Ma non mi ascolta la pace troppo loquace, che prega all’unisono con le parole abusate e senza odore.

Così non è troppo mai o non mi asseconda, il modo indecente con cui vanno via le ragioni del cuore
e quelle più arroganti di politica e comodità.

E resta la pelle d’un incanto, fosse anche per non aver vinto mai al gioco dei ricordi.

Nemmeno un segno mi farà cedere, perché le lame più affilate non potranno fare troppo male
ad un cuore nero ossidiana.
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