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Archivio per etichetta: 'pensieri'

hermansji

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gioco di biglia dedicato a te

E poi… accidenti ma che volevo dire? Ah, forse solo farti ridere e trasformarmi nella cosa più piccola di questo mondo, scivolarti tra le caviglie come una biglia ed invitarti a prendermi. Ma tu non guardarmi così altrimenti vien da ridere anche a me. E poi… il rischio che mi avvicini con una qualunque scusa per rubarti con lentezza un bacio, beh quel rischio c’è. Lo sai e sorridi, come per dire che il gioco lo governi tu ed io non posso più andare a zonzo dove voglio ed invece guarda un po’, son già dietro te. Ti soffio sul collo e svanisco in un’altra piega dei tuoi pensieri. Mi cerchi, mi chiami con la voce che adoro e mi lascio trovare ma sotto la stoffa di quel discorso che non abbiamo più ripreso. Tu fai quella faccia lì, quella di quando vuoi dire – lo sai, te l’ho già spiegato… – ed io faccio quell’altra faccia lì, quella di quando sto sbottonando un bottone dopo l’altro le cose che ti hanno già fatto del male, perché mi accontento anche di sentirti serena.
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unisciti a noi

No, questa perturbazione ha una moltitudine di nomi. Prendi e benedici la salvezza su di noi, prendi e scegli la ferita da riaprire, ma la bestia sorride. Ti avvicini fino a sentire la nostra voce, ascolta come suona seducente… unisciti a noi. In questa corrente oscura di pensieri troverai annegate tutte le tue speranze. In questa notte che ha smarrito la sua razionalità, mentre affronti la morte ogni giorno, mentre combatti il male tu pure ti contamini, inevitabilmente. Vieni. Vieni più vicino. Fatti osservare da queste suture sfilacciate ed aperte. La bestia sorride, ti guarda dentro e gioisce. In superficie resta lo specchio riflesso della tua anima, più combatti per non farla emergere più sentiamo il suo odore, più ne abbiamo fame, unisciti a noi. Quanti dei nostri nomi già conosci? Quante volte lo hai invocato a tuo sostegno? Per quante cadute ti sei sentito impotente? Piccola creatura al nostro cospetto, non hai compreso che siamo qui? Siamo soli, irrimediabilmente con te. La fede è solo il nome freddo della più nera delle notti. Di cosa è rivestita la tua deliziosa anima? Soltanto dell’imperfetto piacere di questa comune carne. Unisciti a noi. E’ dentro il tuo sangue la risposta che cercavi. Dentro te ci troverai, in quelle ferite che ti hanno solcato come un campo di grano coltivato a tempo, prima cresci poi morirai. Abbraccia la nostra quiete, il calore che concedono le nostre fiamme. Unisciti a noi. Anche se copri le cicatrici all’ombra della tua veste spesso, quando leggi a dovere i passi del messale, noi pronunciamo alle sue orecchie le tue colpe. Unisciti a noi.
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la mente ingombra di pensieri

Con la mente ancora ingombra di pensieri, mi sveglio tormentato da quel senso di abbandono che mi viene a cercare proprio quando per un attimo avevo smesso di pensarci. Che poi non è nemmeno il momento giusto e così mi va di traverso un’altra fila di pensieri, s’era messa a nuotare irriverente nel mio cappuccino. Sarà colpa di non aver aggiungo mai la giusta dose di distacco nelle cose, sarà che ogni caduta lascia almeno un livido, oggi c’è solo questa mente ingombra, a gravare sulla coda della notte che va dileguando. La mia voce prende a leggere un appunto, l’avevo scritto pensando a lei, ma non arriverà da nessuna parte, la mia voce che si fa silenzio di colpo e non c’è nient’altro, solo la solita incomunicabilità, distillata come una cura, l’unica che davvero funzioni per quelli come. E poi scivolare dentro a qualcosa che vagamente assomiglia al bisogno di comprensione che cerco ma non c’è, a quell’abbraccio che vorrei sentire, stringermi così forte da interrompere il pianto che non riesco mai a piangere. Scivolare dentro alla penombra d’un bacio ma non era destinato a me, farmi del sordo male per risalire dalle pareti d’un cuore già occupato. Forse invidiare un po’ che non sono il destinatario di quel caldo amore mentre i pensieri vanno via senza salutare, in questa mente cosi ingombra, ma dove andranno? Quanto è dura questa assenza di sonno, quasi un risveglio senza uscita, dovrei ancora pensare che tutto è possibile?
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l’interruttore (scusa ma ti voglio odiare)

Scusa ma… ti voglio odiare. Sì, perché non si spegne, la mia mente non si spegne più. L’hai presa energicamente a calci e pugni, ma non è stato sufficiente. Ha solo smesso di sanguinare come il resto del corpo. Forse ti ho anche pregato mentre mi spezzavi, ho pregato te come un qualunque freddo dio. Ti ho chiesto di arrivare almeno fino in fondo, di abbassare l’interruttore dei miei pensieri. Ma tu sei un altro falso dio, parlavi d’amore con la facilità degli uomini. Avevi in tasca la verità, quando l’hai mostrata era troppo tardi. E qui, dentro, in qualche parte esile del me manca un interruttore per annullare la scorta eccessiva di emozioni contundenti. Io sono cosa? Sono “la cosa” che quando hai finito getti da sola come vetro in frantumi. Mi lasci a raccogliere da me… i miei frammenti e disinfettare quel che resta. Tu sei il falso dio a cui ho sacrificato ogni mia necessità ed aspettativa. A te ho regalato la mia anima e ti ho concesso di amputarla a giorni alterni. Mi sussurravi come fosse il solo amore che conoscevi e speravo che il sacrificio di tutto questo sangue ci avrebbe condotto alla salvezza. Ma sapevo che non era vero. Le bugie più le nutri più ingrassano, osservano e raccontano solo quello che vuoi sentire. Niente era vero. Ed ora, che col passo del dolore vieni ancora a cercarmi, non voglio che tu percepisca il mio respiro. Tengo chiuse le palpebre, provo a resistere e non versare nemmeno una lacrima perché so che ti eccita vedermi così. Mi sono chiusa a chiave in questa casa, ho bloccato anche finestre e tapparelle. Non ti lascerò consumare quello che resta, non potrai sussurrarmi il tuo falso amore.
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del caffè

Che poi mi chiedo “perché mi sveglio e non lascio i pensieri a scorticarsi tra loro dentro al letto?” Ed ho pure il coraggio di rispondere a questa sciocchezza, di rispondermi in modo ancora più stupido “ah già… non si può” . Guardo l’orologio e sono irrimediabilmente solo le cinque, precise e nette come il display che minaccia di far ripartire la sveglia, se non mi decido a respirare l’incedere invadente del quotidiano. E mi viene un’altra domanda, stupida allo stesso modo, “sarà freddo a sufficienza là fuori?”. Così mi sveglio con la sensazione che la febbre non sia solo un semplice malessere. Farà i bagagli e pace, ci siam detti già tutto senza nemmeno farci male a sufficienza per sentirci amati. No, la febbre è come la scusa di qualcosa che sta più in profondità, della lava che mi porto dentro. Allora, se là fuori il mondo sarà freddo a sufficienza, forse si estinguerà. Ma non è così. Non si estinguono i pensieri, non c’è un antidoto che funzioni. Preso all’improvviso il mondo, tondo ed infetto di contraddizioni, goduto e portato all’esasperazione più nera dalla follia di questa scimmia chiamata uomo, no… il mondo ha solo una fottutissima paura. Ed alla fine ci rivolta come un qualsiasi calzino. Ci illude di non essere nemmeno stronzo a sufficienza, che tutto può ancora cambiare. Finiamo per convincerci che, se anche nessuno riuscirà mai a rompere i suoi ingranaggi, sarà pur sempre possibile mettergli un bastone tra i raggi per farlo sbandare… o sostituirne i pezzi difettosi e che questo alla lunga porterà ad una consapevolezza ulteriore.Ci torna il sorriso e prendiamo, allunghiamo le mani e prendiamo quello che ci offre, perché nelle tasche del mondo c’è tanto e del troppo noi abbiamo bisogno… poi, accartoccio i pensieri e faccio un aeroplanino di carta. Mentre lo vedo andare ignaro a sfracellarsi contro una pozzanghera rifletto che c’è più di un buon motivo per cui non mi va di prendere il caffè la mattina, in parte, per i pensieri che faccio dopo.
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nautilus

Il viaggio che sembra non finire, cercare il confine almeno con gli occhi e non trovare altro che strade. Gente in cammino come noi mentre la notte inghiotte piano il cielo. Poi ci prende il sonno e sedotti ci addormentiamo. Al mattino scaldare il motore prima di partire, non siamo noi a scegliere la nostra direzione. E’ l’amore che ci sconvolge, sposta ed ammobilia le pareti del cuore ma come vuole. Avere la voce e prendere le parole, ad una ad una, proprio come vengono dal fiore dell’anima. Riuscire a confidare quello che sentiamo e restare in attesa d’una risposta. Urlare di sangue mentre s’accende il fuoco sotto pelle, possedere e godere al ritmo della vita. Crederci ancora a quel senso di quiete che ti regala l’affetto di qualcuno quando s’addormenta o ti sveglia per affrontare la vita con te. Staccare a morsi i fiori della violenza per tenere l’odio del mondo fuori. Disegnare le stelle quando mancano i riferimenti per attraversare l’oscurità interiore… e conservare il pianto per quando servirà la pioggia. Tenere aperti i sogni per farci entrare il nostro respiro, amare e riprendere il viaggio che non sembra finire.
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labirinti dell’anima

“Thus I am proposing
that divine conception,
far from having been considered
a non-erotic act,
may have been thought to include
an embodied dimension”

Margherite Rigoglioso

The Cult Of Divine Birth In Ancient Greece,

PALGRAVE MACMILLAN

ISBN-13: 978-0-230-61477-2

Ora è troppo tardi, l’orizzonte ha un sapore amaro e queste dorsali si muovono come serpenti per costringermi a cadere da strade senza senso compiuto a descrivere le loro direzioni.

In tasca altri pensieri che andranno ad impattare per i fatti loro.

Ma non riesco a spegnerli, come non riesco a smettere di ammonticchiare altre parole, così leggere che mi domando come facciano a non farsi male nell’attesa di essere condotte oltre l’orizzonte d’un futuro incerto.

Tardi per dirti che quest’ultima iniezione di buon umore non è servita a fermare l’attesa.

Così tu che plasmi con le dita e con esse governi la spirale di queste inquietudini, tu, fatale alternativa, sei la dea carnale che terrà il mio cuore almeno per questa notte.

Vieni t’attendo, vieni da me.

Brucio più dell’inferno ed ho evocato lo splendore del tuo chiarore lunare per amarti, per lacerare con te la coperta di dolore che s’è fatta normale quotidianità.

Vieni a me con un profumo di cose, con le porte aperte d’un mondo in frantumi di sogni.

Vieni da me, t’attendo in questi labirinti dell’anima.

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degli abissi e delle maree

Da certi posti non riesci ad andar via, così, ora che ci penso, mi sembra di sentir muovere, sotto la cute di questa nostalgia, un intero cammino in cerca del sentiero più breve per tornare a sciabordare tra gli abissi e le maree che m’avevano sedotto. Come una moltitudine d’uccelli in ascolto dell’ora più propizia al loro canto, attorno a me restano inquieti sintomi ed impressioni, compagnie smarrite dall’incedere della notte mentre scrivo di posti che non sembrano più nemmeno reali, posti che sono ormai polverose rovine dentro i miei ricordi. Eppure io sono parte anche di tutto questo. Qualche volta apro la valvola ad elio dei pensieri, lo faccio per tornare in superficie, e trovo rifugio nell’oscuro cuore d’una sirena. Lei, col suo strano affetto, mi cura, disinfetta paziente le bruciature auto inflitte all’anima, mentre cercavo di nascondere la crescita delle sue nere piume. Anche se in silenzio, lei mi ascolta e, con quei suoi occhi partoriti dal mare, sembra rassicurami. Qualche volta, quando mi sta accanto, con quella sua meravigliosa dolcezza, penso che non le sarebbe difficile uccidermi. Penso che se v’è una ragione per cui non mi ha abbandonato al mio destino, questa deve essere in ciò che ci unisce e non in ciò che ci rende così diversi. Forse abbiamo lo stesso cuore d’ossidiana e dell’insaziabile necessità di sentirci amati.
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sarà una lunga notte…

Note al tempo che graffia e rifugge dalla gabbia della sua clessidra, vuoi scorrere o trascorrere nel limbo di un’altra bugia? La musica che stilla un tasto bianco dietro uno nero, l’armonia è andata via come i fari di una vettura a rincorrere lo spettacolo d’un giorno che muore. Ma restano lì sempre le stesse domande, sarà che anche questa notte più provi ad allungarla di pensieri e più ti restituisce solo l’eco d’una città mezza assonnata. Ed il tempo brucia, travolge e spuma di marea come uno dei tanti modi per vivere o sopravvivere. Mentre ti guardi indietro e non vedi nemmeno le orme che avresti dovuto lasciare, hai smarrito anche il ritorno? Così rincorri qualcosa e scavi la notte con le unghie. Cerchi un groviglio di emozioni attorno al niente e quel frammento effimero che ti chiama, quella inquietudine viva, quella goccia di sensazioni non sei altro che tu.
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testamento

I discepoli,
osservandolo camminare sul mare,
turbati dissero:
“ma è un fantasma”
e per la paura presero ad urlare.

(Vangelo di Matteo 14,26)

Allora ascoltami, perché in questo lungo silenzio metterò una dose sufficiente di me. Vieni più vicino. Guarda il mondo vivere e pulsare come sempre. Osserva la sua dolcezza e quella nascosta violenza che rende tutto così tragico. Ascoltami, ma senza l’abitudine delle parole. Ascoltami e sentirai questo respiro proprio come il tuo. E poi un crescente dolore, sordo a tutte le premure che ti comprime il petto. Cammina a caso per queste vie, con la sensazione addosso di perderti da un momento all’altro. Respira, respira il mondo attorno ed ascolta. Ti cammina accanto della gioia improvvisa, gente felice che tranquilla mostra le proprie emozioni senza vergognarsene. Senti? Calore inatteso, incomprensibile armonia, tutto nasconde solo il rumore della distruzione, l’andante del mondo, così come è. Non comprendi? Vedi non c’è niente da dire, nessuna cosa che possa essere trasportata dalle parole. Oh non è pudore il mio, nemmeno un trucco per confonderti, è solo una trasparenza. Tutto t’attraversa e niente t’appartiene veramente, dalle il nome che vuoi… ma questa ossidiana è me. C’è voluto tutto questo tempo, mi ha scavato il cuore lentamente ed ora è parte del me. Vuoi restarmi accanto? Vuoi fare una scelta consapevole? Posso darti solo questo, tutto questo frastuono che è in me. No, non c’è un porto di quiete nel mio attracco ma solo il richiamo d’un mare che non ispira fiducia. Quando s’alzeranno le onde all’improvviso tu che farai? Rinnegherai ogni momento trascorso, come un sacrificio inaccettabile. Quando avrai la paura come consigliera, a te cosa resterà? Forse solo le preghiere, ma ci credi poi davvero? Anche gli angeli cadono, sprofondano in un mare di pensieri e nella tempesta è soltanto Dio a camminare sulle acque…
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Esistono sistemi "morali" nei quali, in caso di dubbio, al soggetto è fornita una giustificazione per operare la scelta. Ed esistono sistemi "immorali" nei quali la necessità diviene l'unico argomento per rendere accettabile la scelta. Poi vi sono sistemi "individuali" dove è possibile lasciarsi guidare dalla coscienza e molto spesso essa risiede nel cuore. L'uomo appartiene contemporaneamente a tutti e tre i sistemi. Così come colui che comprende e determina le decisioni da prendere e quelle che non si verificheranno mai. Accanto alla libertà umana vi é la libertà di Dio.

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