il fuoco del mondo

Pubblicato il 10 maggio 2010 in poesia da hermansji

E tu che sogni, appisolata
alle sponde della memoria
ma non scorre via…
più veloce di questa lentezza,
la nostra superficie che si sfiora
come se di colpo
tutto il resto non fosse
così importante.
Camminarci dentro
alle nostre ombre,
che scivolano attorno,
di danze che sono
la lingua del tempo
il fuoco del mondo.
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ogni piega

Pubblicato il 6 maggio 2010 in prosa da hermansji

- primo -

E questa pazzia ha solo poca attesa, un disegno adulto ma così infantile, come il gesto colla forza di questo mio pensiero. Smuovo e mescolo ogni piega dentro di te per sollevare e condurre a me le tempeste che io voglio governare… lecco fino in fondo la tua anima, un’onda di brivido sulla tua schiena, un’onda dietro l’altra. Ma è solo grassa, grossa voglia come il sapore del vino quando vengo a rubarlo dalle tue labbra, solo che poi non mi stacco e comincio lentamente a risucchiare anche il tuo respiro, a ripiegare la tua anima nel labirinto d’un origami e non lasciarci più uscire. Così ascolto con fame di mille altre fami, ascolto le tue pulsazioni e le vengo a cercare come se avessero un nome per ciascuna e tu prendi la forma che voglio, perché sei nella trappola di queste catene invisibili, ti legano all’oscurità dei miei occhi. Ascolto il tuo respiro, ascolto il tuo indecente morire come se fosse solo una danza ed in ogni secondo vi lascio abitare gli incendi ma del più antico dei giorni. Cosa poi te ne farai di questa veste d’oscurità? Ho rivestito di calore il tuo godere ma per andare a passeggio sotto al fresco di questa notte, a passeggio per dove? Cosa te ne farai del piacere con cui ho ricucito quelle ferite che ti porti dentro? Le carezze che ti hanno fatto perdere la testa, le labbra che hanno scortecciato lentamente la durezza con cui proteggevi la tua femminilità. Andrà tutto via, al risveglio andrà tutto via, resteranno solo per poco quei segni sulla pelle a confermarti che non è stato un sogno. A me, invece, capiterà di pensarci ancora, di tornare a sentire il dolore delle cicatrici nascoste dalla pelle, come se fosse insostenibile il richiamo d’un vecchio amore che non ho mai messo da parte, comincerò a pensare che ho troppe cose sbagliate dentro, che non è giusto condividerle con nessuno. Questa è la vita e devo farmela pure bastare, come se sorseggiassi il mio ultimo bicchiere di vino.
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- secondo -

Così prendi a tamburellare colle dita il tempo che ti sfugge, le decisioni che vanno e tornano di fretta colla faccia dei rimpianti o di quelle grosse bugie sulla relatività di tutte le cose, così prendi a tamburellare colle dita anche se ti sembra solo di impazzire. Dici che un nome è importante avercelo incollato addosso perché viene più facile ricordarsi del punto preciso, quel nucleo familiare da cui si proviene, quell’affetto che giustifica tanti discorsi e tante altre cose da lasciare molli a dormire al fondo di qualche cassetto, forse un nome da anche il senso al fiato corto che hai quando ti sembra di aver ricevuto indietro qualcosa… qualcosa per te. Un nome è quella parola che provi a pronunciare, quando concentri i pensieri per rivestire il ricordo di quanti hai amato, forse nemmeno se ne erano accorti ma a te capita di tornare a pensarci, come se, quel groviglio di emozioni, avesse lasciato il segno tra le pagine del tuo diario, c’è il segno e basta poco perché quelle pagine si aprano proprio lì, così resti ad osservare il filo che avvolge il volo del tempo, strada ne hai fatta, strada ancora ci sarà, solo ti sei stancata. E poi vieni a cercare, calda e vogliosa come una gatta, a far finta di averci la luna al fondo degli occhi, a far finta che non ti importi di ricevere briciole di attenzione, ti fai bastare anche quel freddo piacere di uomini che non sanno amare, le dita che ti prendono per lasciarti scivolare dentro la coda d’una notte che non ha sonno sufficiente per dormire. Ma sai quante inutili bugie, che non è così semplice e se lasci accadere è solo perché in realtà vorresti solo provarci, ricevere in cambio del bene disinfettato e un po’ più forte, lo vorresti solo per te. Ma al risveglio resti sempre più sola, dentro al letto che non ha più neanche la forma di quel calore che si agitava dentro le lenzuola. Provi a non aprire gli occhi, a crederci che è solo un sogno e non è quello il giorno, non è quello il senso del mattino, ma il mondo ha lo stesso incedere di sempre e tu dovrai farci i conti ancora una volta. Allora un nome cos’è? Solo una banalità da pronunciare e niente di più, dentro non c’è quello che sei, non ci troveranno il sangue che annega come una nave ormai senza più meta. Un nome è solo una sequenza di lettere che ha perso la magia del suono che la lingua le ha donato, non c’è niente di più che la solitudine che ti cammina colla fretta del mattino.
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- terzo -

E i frantumi dei vetri come fiori a riflettere le ferite del mondo fuori, ma non è stato il retro gusto della frenata che m’ha svegliato o il sussurrare della doppia mandata messa ad interrompere il sangue infetto di cose che mordono, lacerano dentro alle inflessioni verbali di questa oscurità. No, è stata soltanto la ribattuta sull’asola della vita che mi hai messo addosso, tu divinità spenta e senza neanche più una goccia di sangue, prendi anche la rincorsa per condurci nella scia d’un volo fatto di bugie, ma così piccole da tornare bambino colla voglia ancora di innamorarmi dell’incedere improvviso anche del temporale. Così averci un’intera fioritura di pensieri e non sapere davvero cosa farne o in quale terriccio metterli a riposare, riposare almeno fino al crocicchio del domani, osservare ma senza capire il sorriso che ha l’alba quando ci viene incontro coll’indolenza di chi sa come andrà a finire.Poi sentirla suonare ancora come un vecchio pianoforte impazzito di note, sedersi e cominciare ad accarezzare colle dita la tastiera dell’anima per non lasciarla naufragare, come se volessi ancora attingere e bere quel suo vino ma fino infondo. Averci carboncino e sanguigna per disegnare, sporcarmi le dita e mettere in moto la follia di fotografare dettagli perché i miei occhi, giorno per giorno, son sempre più ciechi, potrei anche perdermi tutto l’incanto di questa vita che ha le sue ombre ma mica nascoste così bene.
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al porto

Pubblicato il 5 aprile 2010 in poesia da hermansji

Durante la notte,
che s’attacca al porto che conduco dentro,
tu vieni a bussare
ma hai addosso l’odore
di foglie al tramonto delle luci.
Sei qui a chiedere,
senza nemmeno sapere,
con le labbra che hanno già un dolce sapore
come un filo intenso di piacere.
E qui andremo,
fino ad incastrarci
come in un gioco infantile.
Mi chiederai se sarà faticoso
attraversare questa frizione di emozioni
per scivolare insieme
come se il mare fossimo soltanto noi.
Ma nemmeno io so pronunciare quella risposta
senza spezzare il corso dell’onda.
Tu resti sull’orlo della nostra notte,
abbracciata con me
nel nostro stesso essere
almeno fino a quando non verranno
le ombre del domani a svegliarci.
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Trovare casa dove casa non c’è.

Pubblicato il 29 marzo 2010 in prosa da hermansji

Trovare casa dove casa non c’è. Oggi ho portato i miei a svagarsi un po’. Mentre camminavamo sulla spiaggia, ci osservava il mare che era d’un morbido blu. Mi tornava in mente anche la lunga conversazione telefonica con M., poi mi perdevo nei ricordi e tornavo ad osservare il mare fin troppo tranquillo. E c’erano tutti quei percorsi di piedi che pensavo chissà se c’è un modo per smarrirsi così, infilarsi dentro ad un labirinto ma, non per cercare l’uscita, solo per trovare quel senso di casa, quel senso di me che non riesco più a percepire. Mi sono guardato indietro, non c’era nulla di più che la spiaggia o chi passeggiava come noi sulla sabbia. No, non c’era nient’altro nemmeno un’ombra ad allungarsi , allungarsi così da oltrepassare la linea dello sguardo.
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avanguardie di stupore

Pubblicato il 14 novembre 2009 in prosa, riflessioni da hermansji

E ti racconto di come impattano i pensieri dentro le tasche di questi mercanti di fame, fame che ci affama. Così restiamo col deserto di giustizia intorno, mentre si fa più intelligente la negligente forza della stupidità. Tu che pensi per il bene delle anime, tu che ti sforzi di annegarci di dialettica normativa, tu che hai le mani impastate di attitudine a mercificare anche il lume lunare, tu che sei la voce dietro al megafono, tu che sei l’occhio dietro alla traiettoria della guerra, tu resterai da solo. Noi andremo avanti con la nostra voglia di stupore senza sentirci addosso nemmeno la tua ombra.
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come si muore

Pubblicato il 16 agosto 2009 in prosa da hermansji

Come si muore in amore perché è la città che ti sogna addosso colla sua falsa ipocrisia. Le persiane aperte e fuori luogo, dietro la fuga dei tuoi passi, le ombre del tuo migrare. La donna sognante, il mare troppo liquido e la voglia di possederla tutta per te. Le strade allungate d’inganni, la religione a colpi di croce, tu che cammini sempre più veloce. La sirena t’ha morso d’amore sulla guancia, tu che bruci di sogni e la stai cercando. Il mondo che t’urla la sua ubriaca perdita di valori, gli occhi rossi di pianto ed il cuore feroce di giardini infiammati di rosso. Le promesse nelle tasche ed muscoli tesi verso la tua ostinazione. Nient’altro da condividere, nemmeno il cielo cosparso di stupida innocenza. Solo il respiro e la notte fuori, qualche frase accartocciata nella mente ed un amore fuori tempo massimo.
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mantra

Pubblicato il 9 marzo 1997 in prosa da hermansji

Come era debole alle prime luci dell’alba la Città, senza un nome, senza sforzo alcuno era immobile. Occhi brillanti di qualche finestra, vitrei privi d’espressione. Attraverso di loro avresti potuto vedere altri che si stavano svegliando proprio come te, o che continuavano a dormire. Ma la città era un gattino, sbirciando le sue palazzine di borgata fino al centro avresti trovato il modo di farle fare le fusa componendo una poesia: perché c’era lo spirito disorientato, ma equilibrato in forme e spazi.
Meditava a lungo prima di spingersi con la gente sui tram, sugli autobus, sui pullman e rifletteva i loro umori per tutto il giorno così che la sua forma era ostile, piena di contraddizioni. Ma la mattina ritrovava il suo equilibrio, la sua unità, mentre per le strade c’erano solo le ombre a camminare inseguendo le carte portate dal vento.
E sembrava chiamarti, «Scendi anche tu dai» mentre fingevi di non ascoltare la sua voce, «scendi anche tu in perfetta unità».
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