ο δαίμονα πεταλούδα σκορπιός…

Pubblicato il 12 luglio 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Sempre a metà, colla misura inesatta della distanza che separa la dualità della mia anima e il peso di questa eterna colpa. Descrivi il mondo che vedi perché io sono cieco, ho ferite così profonde che il mio equilibrio è solo una grazia non pervenuta quando come un sussurro lascia queste stanze senza far cadere nemmeno lo stelo d’un fiore. Mi porto dentro uno strano temporale, piove anche di giorno come se fosse abitare una città dove hanno esiliato il sole, quello che non c’è poi ti viene a mancare. E il mondo alla fine scompare, sento ancora il richiamo del fuoco d’ogni nascita e d’ogni morte. Lo sento, mentre tu ti lasci portare fino al termine del piacere, allora, nelle catene del nostro sguardo, il mondo non c’è mai stato. E quello che resta della nostra pelle ancora brucia, come un sordo dolore nelle frequenze di voci che hanno smarrito la loro appartenenza… anche di questo piacere non resterà niente se non il nostro consumarci. Ti stringo a me mentre tu ingoi gli ultimi istanti del mio antico fuoco.
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unisciti a noi

Pubblicato il 2 marzo 2010 in prosa da hermansji

No, questa perturbazione ha una moltitudine di nomi. Prendi e benedici la salvezza su di noi, prendi e scegli la ferita da riaprire, ma la bestia sorride. Ti avvicini fino a sentire la nostra voce, ascolta come suona seducente… unisciti a noi. In questa corrente oscura di pensieri troverai annegate tutte le tue speranze. In questa notte che ha smarrito la sua razionalità, mentre affronti la morte ogni giorno, mentre combatti il male tu pure ti contamini, inevitabilmente. Vieni. Vieni più vicino. Fatti osservare da queste suture sfilacciate ed aperte. La bestia sorride, ti guarda dentro e gioisce. In superficie resta lo specchio riflesso della tua anima, più combatti per non farla emergere più sentiamo il suo odore, più ne abbiamo fame, unisciti a noi. Quanti dei nostri nomi già conosci? Quante volte lo hai invocato a tuo sostegno? Per quante cadute ti sei sentito impotente? Piccola creatura al nostro cospetto, non hai compreso che siamo qui? Siamo soli, irrimediabilmente con te. La fede è solo il nome freddo della più nera delle notti. Di cosa è rivestita la tua deliziosa anima? Soltanto dell’imperfetto piacere di questa comune carne. Unisciti a noi. E’ dentro il tuo sangue la risposta che cercavi. Dentro te ci troverai, in quelle ferite che ti hanno solcato come un campo di grano coltivato a tempo, prima cresci poi morirai. Abbraccia la nostra quiete, il calore che concedono le nostre fiamme. Unisciti a noi. Anche se copri le cicatrici all’ombra della tua veste spesso, quando leggi a dovere i passi del messale, noi pronunciamo alle sue orecchie le tue colpe. Unisciti a noi.
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nautilus

Pubblicato il 10 gennaio 2010 in prosa da hermansji

Il viaggio che sembra non finire, cercare il confine almeno con gli occhi e non trovare altro che strade. Gente in cammino come noi mentre la notte inghiotte piano il cielo. Poi ci prende il sonno e sedotti ci addormentiamo. Al mattino scaldare il motore prima di partire, non siamo noi a scegliere la nostra direzione. E’ l’amore che ci sconvolge, sposta ed ammobilia le pareti del cuore ma come vuole. Avere la voce e prendere le parole, ad una ad una, proprio come vengono dal fiore dell’anima. Riuscire a confidare quello che sentiamo e restare in attesa d’una risposta. Urlare di sangue mentre s’accende il fuoco sotto pelle, possedere e godere al ritmo della vita. Crederci ancora a quel senso di quiete che ti regala l’affetto di qualcuno quando s’addormenta o ti sveglia per affrontare la vita con te. Staccare a morsi i fiori della violenza per tenere l’odio del mondo fuori. Disegnare le stelle quando mancano i riferimenti per attraversare l’oscurità interiore… e conservare il pianto per quando servirà la pioggia. Tenere aperti i sogni per farci entrare il nostro respiro, amare e riprendere il viaggio che non sembra finire.
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sclero d’autore, il mio terzo contributo al Liblog

Pubblicato il 27 novembre 2009 in blog, riflessioni da hermansji

E cospargiamoci il capo di cenere ma col sottofondo di un disco di Hiromi Uehara.

Perché gli scrittori si prendono troppo sul serio?

Certo, non dovrebbero mica arrabbiarsi più di tanto, mani e piedi, colle dovute proporzioni, sono imparentati, può capitare di confondersi. Così se uno scrittore scrive coll’arto sbagliato non c’è da essere permalosi, basta fare mente locale e togliere quel piede dalla tastiera, questione di abitudine.

Scrivere e pedalare forse sono la stessa cosa, c’è la stessa fretta quella di tagliare il traguardo delle vendite col romanzo giusto, azzeccando anche la festività più propizia. Pedalare, pedalare è tutto un affannarsi, anche coi piedi no? Superare un’altra curva e coordinare i riflessi del corpo per dare la spinta con meno soddisfazione al vento di critiche che li frena.

Agli scrittori non gli perdoniamo proprio nulla, non gli perdoniamo gli insuccessi, le virgole fuori posto o troppo perfette, figurarsi la normalità di certe loro inadeguatezze. Non possiamo perdonargli neppure il successo, perché diamo per scontato che vada meritato, peccato che la storia insegni come sia sempre stato conquistato, preso di forza, strappato.

Non gli perdoniamo nemmeno la banale normalità, come le foto tranquille e i sorrisi di circostanza. Non indulgiamo neppure quando si negano, si nascondono per non essere trovati oppure quando sono troppo di tutto: presenti, mondani, citati, cercati, davanti all’obbiettivo o tra le prime pagine.

E non gli perdoniamo nemmeno se ci abbandonano, se smettono di scrivere o se decidono di uccidersi per una semplice fragilità umana. Così quando gli scrittori se ne vanno, non gli perdoniamo nemmeno l’uscita di scena. Vorremmo che fosse riscritto il finale perché è imperativo il continuare a raccontare. Devono dirci come la vedono la vita, come la fingono, come la ingannano, non possono smettere, non si può.

Non gli perdoniamo la depressione, nemmeno la malattia perché non possono smettere di raccontarci il dolore, la gioia, non possono.

Devono reggere il peso della vita, devono restare calmi qualunque sia la diagnosi, qualunque sia quella violenza che tengono dentro.

Gli scrittori non possono perdere la speranza come noi.

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(Potete leggere il mio contributo al Liblog, sul tema “Sclero d’autore”, qui: http://liblog.blogdo.net/vita-da-autore/sclero-d’autore/)


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questo bacio può uccidere

Pubblicato il 18 ottobre 2009 in prosa, riflessioni da hermansji

E questo bacio può uccidere perché dentro ho messo il senso di quel groviglio fatto di niente che chiamano “me”. Ma forse uccide lentamente come le piume degli angeli, uccide la fede a colpi di quiete un volo dietro l’altro. L’universo invaso d’oscurità che sopravvive all’aggressione del sole, l’universo invaso di vita primordiale forse non ha necessità di guerra e sangue. Noi, al primo vagito del mattino e senza risposte, aspettiamo altra fine giusto per brindare alla cenere senza risposte. Agli sgoccioli della ragione facciamo una foto ricordo con la luna di sfondo e la bandiera dell’Italia, giusto un filo, macchiata della sporcizia di tutte le politiche artificiali. Domani la connessione al mondo sarà annullata e il rumore di fondo del silenzio godrà le pulsazioni di quel che rimane attorno, come il più grave incidente stradale e i corpi che sembreranno poter tornare vivi ma non doveva andare così. Niente ci verrà restituito dagli abissi delle illusioni, nemmeno le risposte che varranno poco e ogni domanda ne conterrà sempre un’altra. Così anche se mescolato al meglio e fatto d’amore questo mio bacio può uccidere perché dentro ho messo il senso incompiuto di una ricerca che è comune a tutti gli uomini. Ma forse uccide velocemente come l’egoismo di voler stare bene, senza ascoltare fino in fondo il rumore di fondo dei pensieri degli altri. L’universo resta corroso dalle energie del sole che muore in lentezza, l’universo popolato di vita, senza necessità di possedere qualche speranza, s’addormenta e non hanno più importanza le nostre stupide identità. Al primo vagito del mattino facciamo finta di niente e ricominciamo a riempirci di buoni propositi, perché dalla strada hanno tolto e lavato via il volto della morte. Finita l’ultima ragione resterà la nostra foto con la luna di sfondo e la bandiera dell’Europa, giusto un filo, macchiata della sua vigliacca ipocrisia. Domani spegneremo le stelle, ci sarà l’intervallo per l’amore fino a farsi male, senza renderci conto che la fine aveva già bussato alle porte del mondo, come la più grave catastrofe e la terra resterà inseminata di corpi che potevano ancora vivere ma non doveva andare così. Niente ci verrà restituito dagli abissi delle illusioni, le risposte varranno poco ed ogni domanda ne conterrà sempre un’altra.
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perché sai di sesso

Pubblicato il 1 settembre 2009 in prosa da hermansji

Avercelo un angelo, giusto per farmi tirar fuori dal tunnel di un profondo peccato, quando ci sono entrato convinto che era amore quella goccia di sangue scivolata via. Sarà l’abitudine eppure mi basta poco per andare giù nella pace di un momento, solo che poi, ad uscire dalla costante del tormento, finisce che mi cacciano fuori la bestia da dentro e l’anima muore. Si, l’anima muore di questa prigione carnale e nemmeno un santo può farci più niente. Questa è la mia genetica e vengo a prenderti, perché hai il rumore dello sciabordio dentro me, perché sai di sesso ad ogni respiro ed io sono forte abbastanza per farti cambiare idea sulla necessità di godere l’intervallo d’ogni morte. E vengo a prenderti per la pace che hai, per l’odore della tua pelle e per farti bruciare come una carne sola ma con me… e di me.
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la figlia invisibile

Pubblicato il 25 aprile 2009 in prosa da hermansji

- La febbre è una strana pelle e tu sei solo un cucciolo che morde dal lato sbagliato la vita. –
- Già e tu invece? Sai da che parte addentare? Sei sempre stata con me eppure sei così distante e son solo in compagnia dei miei sbagli… –
- Distante? Io? Stupido che non sei altro, se mi avessi lasciato intervenire a quest’ora non staresti così male. E poi non sei solo ma forse non conto proprio niente per te. Comunque di tutti questi sbagli io non vedo neanche l’ombra –
- Ed invece ci sono! Sono qui dentro la mia mente. Intervenire? Tu proprio non ti rendi conto di cosa accadrebbe se ti vedessero? –
- Dentro la tua mente ci sono solo i tuoi pensieri. Non fare l’infantile e non ti aspettare comprensione da me, so quanto sei forte quindi rialzati. Smettila di tormentarti, sono sempre con te ed a volte è capitato che mi vedessero o no? –
- Si è successo ma quello che intendi tu è diverso. Quando ti hanno vista è successo per poco ed hanno concluso di aver sofferto di una qualche allucinazione. Ma ora sarebbe pericoloso. Hai mai pensato che potrebbero separarci?
- Pericoloso. Pericoloso. Da quando eravamo in fasce ripetono questa frase. Ti ricordi la mamma? Piena di premure verso di noi, eppure anche lei ripeteva in continuazione: “non entrate nella stanza del bambino di notte, il bambino deve stare al riparo dei raggi del sole durante il giorno, l’acqua salata gli fa male non può fare il bagno…”. Già perché era pericoloso che sapessero di me. Io cosa dovrei dire? E’ stato facile per me vivere così? La figlia invisibile a tutti? Io esisto! Esisto. Non ci siamo mai separati come potrebbero loro? -
- Se vogliono possono tutto e non gli importerebbe cosa ci accadrebbe. A me invece importa e preferirei morire che saperci separati –
– Non lo permetterei. Mai. –
- Anche io non lo permetterei ma se accadesse? ci sarebbe solo una soluzione…
- La morte di entrambi? –
- Tu riusciresti a vivere sapendoti separata da me?
- No –
- …la morte di entrambi allora! -
- Non ci voglio pensare. Quando avrà smesso di piovere andremo via di qui e ricominceremo a respirare in un altro posto senza aver paura di quello che possa capire la gente. –
- Mi sto stancando di questa eterna fuga. Certe volte faccio dei pensieri così crudeli che ho paura si avverino. –
- Che tipo di pensieri? –
- Sono stanco e non voglio parlarne. –
- Va bene. Ma quando fai così non so proprio come prenderti. Sai forse non ci crederai ma li faccio anche io di sogni strani. Però hai ragione neanche a me viene voglia di parlarne.-
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provo vergogna

Pubblicato il 10 febbraio 2009 in riflessioni da hermansji

Sono state spese parole per Eluana, anche troppe, e, dal mio punto di vista, senza nessuna cognizione di causa. La scienza è impotente in questi casi e le ipotesi non confortano. Molta della verità emergerà dall’autopsia, il resto resterà parte del mistero stesso della vita. Parole, parole e parole da parte di giornalisti, pure di provata esperienza, di medici che avrebbero dovuto rispettare il parere espresso da altri loro colleghi, di politici con smania di dover necessariamente apparire visibili, di piccoli uomini di una Chiesa sempre più piccola e agonizzante negli scandali. Quello che sento di dover dire, avendo scelto, ben prima d’ora, di non occuparmi della vicenda di Eluana, pur avendo tanto materiale giuridico per spiegare ai cittadini cosa stava accadendo, ecco quello che mi sento di esprimere è molto semplice: una donna è stata liberata dalla tortura della sua prigione. Un’istanza di libertà superiore a cui hanno risposto dei giudici italiani. Liberazione avvenuta in un regime di diritto. Non accettare questo stato di cose significa avere disprezzo per le basi sulle quali si fonda il nostro Stato e significa anche disprezzare la vita come bene. Eluana non ha trovato la pace per il capriccio di qualcheduno o per troppa leggerezza. La sua vita si è spetta, ed anche questa è una tragedia, ma l’evento morte è stato segnato dal raggiungimento di quel confine di impotenza che possiede l’uomo contro il destino e la malattia. Lasciarla morire, come sarebbe accaduto in natura, è stato l’unico modo per liberare questa donna dalla tortura di un’eterna prigione. Provo molta vergogna per quello che ho letto e ascoltato poiché i troppi che hanno parlato di vita e pavoneggiato di combattere in nome di un presunto partito della vita (ammesso che ve ne sia mai stato uno che inneggiasse alla morte) non si sono posti il dilemma se quella donna dovesse essere liberata dalla tortura della sua prigione. Provo vergogna per un sistema che prima consente la tutela di un diritto, dinanzi ad un giudice dello Stato, e poi bypassa, quanto statuito nelle aule di legittimi tribunali, ricorrendo alla urgenza di un provvedimento normativo. Provo vergogna per gli organi di informazione che hanno trasformato il caso di Eluana in una sorta di reality. Come cristiano provo vergogna per il comportamento dei rappresentanti cattolici che avrebbero dovuto dimostrare maggiore interesse per l’anima di una donna e non per l’involucro, ossia il corpo. Provo vergogna per tante ragioni ma sarebbero solo altre parole inutili e vuote.

hermansji .:.


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viaggio in seppia

Pubblicato il 29 aprile 2007 in abruzzo, prosa da hermansji

Sono tornato a cercare i luoghi dove giocavamo a cambiare le regole del mondo. Ho i passi stanchi e sulla pelle i ricordi di calde storie. Sono tornato per restituirti le ali di carta che avevi perduto. Sono tornato con la nostalgia di prenderti con le mani le guance e baciarti ancora. Ma non ti ho trovata e le stanze della tua casa sono quelle di un fantasma tenue…

«Guarda qui!!» la tua immagine mi è davanti… apre le mani come tanto tempo fa. E vola la farfalla che avevi tra le dita. «Lo vedi non bisogna accettare nessuna condizione anche in questo corpo siamo crisalidi… e la morte altro non è che un’altra porta. C’è sempre una destinazione» e svanisce tra il fogliame che ha invaso l’ingresso, camminando sulla terra dura e ferita.

Apre il vento e sbatte la piccola finestra. Rammenti la notte come era? Correvo via da casa per lanciare qualche piccolo sasso alla tua finestra e tu che mi aspettavi. Aprivi piano e, alla luce di una piccola candela, mi sorridevi. Rammenti la notte come era? Eravamo così veloci a divorarla nel suo silenzio. C’erano solo i nostri respiri tra le spighe di grano.

«Sei proprio buffo con quell’aria così seria… dolce amore mio !!» la tua voce è ancora qui. Guardo intorno. Non è cambiato niente, a parte la casa che sta rovinando pigra come la campagna. Ma tu dove sei? «Sono qui… non mi vedi? Abitua gli occhi sono qui… la morte altro non è che un’altra porta !! sono qui!!»

Avrei voluto raccontarti di me, della mia vita ora, avrei voluto sapere di te. Se avevi trovato un uomo migliore. Vedere i tuoi figli correre come noi da piccoli. Avrei voluto capire e scoprire nuove cose. Ora mi chiedo solo perché ho saputo della tua morte solo dal tuo fantasma. «Guarda qui!!» mi volto ancora una volta ed apri le tue mani. Ma c’è una margherita tra le tue dita. Non ricordo questa scena. Quando è accaduto? «Lo sai hai sempre la stessa buffa espressione quando provi ad essere serio. Ora devo andare. Ciao. Verrò quando sarà l’ora. Sarò con te per mostrarti la strada. Altrimenti dove andresti? Come faresti senza di me? Tu che hai sempre la testa tra le nuvole».

Già.


Foto (c) Hermans JI

Foto (c) Hermans JI

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Foto (c) Hermans JI

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la terra

Pubblicato il 15 novembre 2006 in poesia da hermansji

occhio che danza
chiuso fra tante spalle
ed origliare al suono
di una cantilena di strada
luce di chi ha già precluso
si spegnerà o rigenerata
lungo la scia del solitario
rimane l’eco di una vecchia poesia
si aprono cancelli
e torniamo ai morti
li pregheremo per un’ora
lasciateci il posto
nel grembo della nostra terra
che possiede gli occhi
color bella carne

lasciateci il posto
accanto alle mammelle
della morte che ci uccida

la voglia
per l’ultima volta
ci tolga la vita
quando saremo più forti


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