avere, rubare o cercare

Pubblicato il 8 marzo 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Avere del tempo, rubare del tempo, cercare del tempo. Avere, rubare o cercare altro da dire ma, quando è finita l’ispirazione, tornare semplicemente a disegnare. L’anima se proprio non c’è, forse nemmeno ti verrà a mancare – così hai tagliato corto. Ma, mentre camminavo nell’assolato atrio dell’Università, ripensavo ai corridoi dell’ospedale e tutte quelle persone che si aggrappavano ad uno sguardo e mi è venuto da risponderti che – No, non è così semplice. Puoi stare tutto il tempo, tutta la tua vita a negare con la sola forza della razionalità e della scienza, però poi vorrei vedere che faccia farai. Sì, nei periodi più neri, quando t’accorgerai che qualcosa dentro te non va più, vorrei sentire le tue risposte. Quando ti accorgerai che la tua razionalità ti ha già abbandonato o che gli altri, proprio come fai tu, loro ti giudicheranno scomodo e semplicemente già finito… vorrei sentire il rumore dei tuoi pensieri. Quando sarai lì da solo e vorrai che ogni gesto che scandisce i tuoi giorni non sia dettato solo dalla pietà, vorrei chiederti “la senti un’anima che sta ancora lottando?”-. Allora ti ho urlato – Smettila. Smettila e guarda le cose da vicino, avvicinati a tutti questi malati e trova la forza di abbracciarli, senti la loro anima – ma stavo urlando solo contro di me, stavo parlando soltanto di me.
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sclero d’autore, il mio terzo contributo al Liblog

Pubblicato il 27 novembre 2009 in blog, riflessioni da hermansji

E cospargiamoci il capo di cenere ma col sottofondo di un disco di Hiromi Uehara.

Perché gli scrittori si prendono troppo sul serio?

Certo, non dovrebbero mica arrabbiarsi più di tanto, mani e piedi, colle dovute proporzioni, sono imparentati, può capitare di confondersi. Così se uno scrittore scrive coll’arto sbagliato non c’è da essere permalosi, basta fare mente locale e togliere quel piede dalla tastiera, questione di abitudine.

Scrivere e pedalare forse sono la stessa cosa, c’è la stessa fretta quella di tagliare il traguardo delle vendite col romanzo giusto, azzeccando anche la festività più propizia. Pedalare, pedalare è tutto un affannarsi, anche coi piedi no? Superare un’altra curva e coordinare i riflessi del corpo per dare la spinta con meno soddisfazione al vento di critiche che li frena.

Agli scrittori non gli perdoniamo proprio nulla, non gli perdoniamo gli insuccessi, le virgole fuori posto o troppo perfette, figurarsi la normalità di certe loro inadeguatezze. Non possiamo perdonargli neppure il successo, perché diamo per scontato che vada meritato, peccato che la storia insegni come sia sempre stato conquistato, preso di forza, strappato.

Non gli perdoniamo nemmeno la banale normalità, come le foto tranquille e i sorrisi di circostanza. Non indulgiamo neppure quando si negano, si nascondono per non essere trovati oppure quando sono troppo di tutto: presenti, mondani, citati, cercati, davanti all’obbiettivo o tra le prime pagine.

E non gli perdoniamo nemmeno se ci abbandonano, se smettono di scrivere o se decidono di uccidersi per una semplice fragilità umana. Così quando gli scrittori se ne vanno, non gli perdoniamo nemmeno l’uscita di scena. Vorremmo che fosse riscritto il finale perché è imperativo il continuare a raccontare. Devono dirci come la vedono la vita, come la fingono, come la ingannano, non possono smettere, non si può.

Non gli perdoniamo la depressione, nemmeno la malattia perché non possono smettere di raccontarci il dolore, la gioia, non possono.

Devono reggere il peso della vita, devono restare calmi qualunque sia la diagnosi, qualunque sia quella violenza che tengono dentro.

Gli scrittori non possono perdere la speranza come noi.

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(Potete leggere il mio contributo al Liblog, sul tema “Sclero d’autore”, qui: http://liblog.blogdo.net/vita-da-autore/sclero-d’autore/)


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edith

Pubblicato il 9 luglio 2009 in abruzzo, prosa da hermansji

Affacciata dal parapetto osserva le colline dei borghi abruzzesi svanire con l’avanzare del pomeriggio al ritmo del temporale annunciato. I suoi occhi soppesano le grosse nuvole scure all’orizzonte per concentrarsi sulla nebbia che ha preso il posto del mare. Il vento le tiene le guance con dita fredde mentre i capelli si muovono come i pensieri. Sotto i corvi cercano di intrufolarsi nei fori della muraglia per ripararsi, appena in prossimità, una corrente li allontana e costretti, poco dopo, tornano con più insistenza. La mattina passata a fare visita al paese anche se, ad essere sinceri, sarebbe dovuta rimanere al Convegno, non fosse altro perché aveva contribuito all’organizzazione. Si era, però, schifata del retro gusto troppo umano dei suoi colleghi. Così li ha mollati a prendersi il merito, per quel che possano valere le lodi sbadiglianti di chi è già proiettato al momento del pranzo. Presa l’occasione per il collo è sgattaiolata via, a metà del convegno, con un nervoso addosso che se non fosse stato per i pettini d’avorio, i capelli sarebbero rimasti ritti. Alla stazione di Pescara, con il biglietto blu tra le dita, prima di partire si è ripetuta la scusa – vado giusto per vedere se è cambiato – o almeno se l’è ripetuta buona per parecchio. Continua a leggere »


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apertura alle malattie a decorso lungo e latente nella causa di servizio

Pubblicato il 11 settembre 2008 in blog, riflessioni da hermansji

Con la sentenza 323/2008, la Corte Costituzionale, nel dichiarare l’incostituzionalità dell’articolo 169 del DPR 29 dicembre 1973 n. 1092 (Testo Unico sul trattamento di quiescenza) nella parte in cui prevede obbligatoriamente la decadenza dell’istanza di riconoscimento della pensione privilegiata per causa di servizio nei cinque anni successivi alla data di cessazione del rapporto di lavoro, apre alle malattie con decorso lungo e latente. In questi casi, secondo la Corte, i cinque anni devono decorrere dalla manifestazione della malattia ed il riconoscimento della dipendenza da causa di servizio, per i dipendenti civili e militari dello Stato, dovrà basarsi su evidenti ragioni di servizio.
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