Non mi piace parlare di me, cambio sempre discorso e non permetto di varcare la linea che protegge quell’oltre dei miei pensieri, di affacciarsi da quella piccola finestra per osservare da vicino cosa davvero c’è nel puntoduepuntipunto di me. Ma qualche volta, anche se tengo tutto nascosto sotto al disordine delle cose da fare, insomma capita che guardo così indietro da dire – oddio come avevo fatto a dimenticarlo -. Oggi mi è tornato in mente quando mia madre, che cuciva un vestito illuminata dal sole, chiedeva ad un me piccolo, ma piccolo davvero, di aiutarla a trovare altri bottoni uguali al suo. Era la cosa più divertente del mondo, no non mi annoiava frugare con lei dentro quelle grandi scatole di metallo e cercare, piano scoprire le assonanze tra le forme ed immaginare che in ognuna vi fosse, anche se piccola, una storia dimenticata. Vite vissute di riflesso, attraverso abiti indossati chissà poi da chi, per quale occasione o per nessuna in particolare. Frammenti per lo più persi chissà dove, nel filo che unisce tra loro i percorsi delle nostre umanità. Qualche volta mia madre sorrideva guardando quello che avevo tra le dita, ricordava cosa si nascondesse dietro quel particolare bottone, l’abito che aveva cucito e per il quale erano avanzati oppure un particolare cappotto, appartenuto alla nonna che non avevo mai conosciuto e dal quale era stato tolto. Spesso, nella caccia, trovavo solo un tipo per ciascuna varietà… e lo mettevo da parte in un punto preciso del lungo tavolo da sarto. A ripensarci mica saprei dire perché sceglievo sempre quell’angolo e non cambiavo mai. Stavano lì e dopo, prima di rimetterli al loro posto, sarei tornato a disturbarli per giocare ancora un po’ e inventare storie sulla loro vita precedente, tanto i bottoni non se la sarebbero mai presa con un bambino.
.:.
Autore: hermansji.:. - Resta aggiornato, iscriviti gratis
al Feed Rss di
















