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Archivio per etichetta: 'emozioni'

hermansji

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cantami

Cantami del tempo che non ritrovo, della struttura imperfetta e duale delle mie parole annegate da qualche parte nel me. Cantami delle onde rotte da questo difettoso navigare, alla ricerca della linea che delimiti il confine di queste emozioni e nostalgie. Cantami della goccia di piacere che hai visto scivolare, attraverso un sorriso, e della debolezza del cuore, che finge sicurezza mentre ha paura di non saper resistere al vento urlante di passione. Cantami di quello che andrebbe raccontato, ma a voce così bassa da non spaventare le orecchie dei miei pensieri. Cantami dell’amore quello preso a troppe dosi, dell’amore trascinato dentro le pareti dell’anima e spogliato per impararlo a memoria. Cantami del suono della sua voce, ora che ho perso la cognizione del tempo, ora che mi smarrisco dentro lo stillare dell’inquietudine. Cantami ora di lei.
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Come la neve

Tende nere che tengono chiuse la luce che fa troppo male agli occhi della mente, il silenzio che governa anime furenti in questa casa mentre il vento accenna una canzone d’ululati lunari. La magia che erode e porta via ogni idea, i luoghi non sono altrove, è solo l’anima che fa indigestione di sensazioni per questo divora, ancora viva, ogni emozione. Tu sei come la neve, così riposo tra le spine d’un pensiero impuro ma sangue non c’è più. Resta un sottofondo di tormenta che mi sveglia come un canone all’improvviso. L’imperfezione delle stagioni mi toglie l’illusione della quiete, in ogni nascita ed in ogni morte io rivedo la bellezza irraggiungibile, io sento il calore delle metamorfosi. Dai odiami, arriva fino a donami tutta la tua negatività e nasconditi in me, come un peccato assecondami. Sotto la tua neve custodiscimi, riverbera in questo buio della mia anima, come la neve per cristallizzare il nostro allunaggio in punta dita. Ed infettiamoci d’amore mentre sale, all’improvviso, il frastuono di questa città che vuole cedere al silenzio, che vuole scomparire…
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volevano disperatamente bisticciare

Prima di entrare nel bar a prendere un caffè, senza parlare, con gli occhi commossi volevano promettersi di non rivolgersi più un’altra parola. I loro erano stati colloqui intensi, ma se qualcuno li avesse ascoltati non li avrebbe compresi perché a capirsi erano solo loro due. Colloqui che consistevano in parole piccole e corte, a volte lunghe e complesse. Discorsi di ore come i fiori scossi dal vento, eppure raccolti pazientemente e guarniti con un nastro. Frasi come una fonte piena d’acqua dove ogni tanto un piccolo pesce giocoso faceva capolino per guizzare subito via. Talvolta avevano le vertigini e stavano a testa giù, come osservati, su un ramo intravisto da una finestra, dove era affacciato tutto lo stupore che può venir fuori quando ti sembra di avere in bocca non le solite banalità, ma semplici parole di cui scopri sfumature nuove. Eppure, a comprendere quei discorsi, erano solo loro due, tutti gli altri fuori. Se i più avessero tentato di mettersi in ascolto, per carpirne l’importanza, sarebbero rimasti a bocca asciutta e con l’espressione confusa di chi ha davanti cose semplici da risultare perfino antipatiche. Eppure si guardavano, volevano promettersi con gli occhi qualcosa che assomigliava tanto ad un addio, ma con lo sguardo umano e consumato dal pianto, già sentivano il morso di altre parole assalirli. Era in atto la nostalgia e così ne avevano vergogna. Si sentivano confusi tanto da volersi bisticciare, arrivare al punto di smettere, di rompere e di piangerne ancora e definitivamente, eppure disperatamente anche di ricominciare. Perché era tutto cominciato per caso ed a comprenderlo erano soltanto loro due. E sentivano di avere un legame che li chiamava ma ne avevano anche paura. Sentivano di avere un pianto disperato da cui volevano fuggire. Sentivano il pianto anche quando se lo nascondevano apposta, come per farsi un dispetto, ed appena avevano l’idea di perdersi cresceva ancora la paura e chiamava ad assalirli pensieri che solo loro riuscivano a comprendere. Allora decisero solo di restarsene in silenzio e di attendere, attendere l’arrivo di qualcosa con il cuore in gola.
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soluzioni ed orecchie sui quaderni

In realtà nessun io,
nemmeno il più ingenuo è un’unità,
bensì un mondo molto vario,
un piccolo cielo stellato,
un caos di forme, di gradi e di situazioni,
di eredità e possibilità.
Hermann Hesse
– (Der Steppenwolf) Il lupo della steppa –
traduzione Ervino Pocar
pagina 25, edizione 1979,
Oscar Mondadori vol. 151 narrativa

Perché in questi giorni tutto è così estremamente vulnerabile? Perché si trova ad abitare in me una qualche necessità? E perché non sono la misura di un’ immagine ideale? Sono solo la matrice di una convoluzione e dentro me finiscono la stessa necessità e la stessa urgenza che, poi, mi rende tensione di molteplici altre necessità ed altre urgenze. Sono già il dolore che si è trovato la strada aperta dalla gioia. Sono la quiete che va via dopo aver dormito tra le braccia della soddisfazione. Sono come questi giorni dove tutto va via, le ali tese di un aquilone di fronte al vento delle possibilità e sono pure parte di quel sottofondo. Ci trovo qualcosa di vivo, qualcosa di buono dentro a questo vento che si alzato. Anche se fa male e non riesco a tenere spento il suo pensiero quando provo a dormire, qualcosa di buono dentro c’è. Perché ogni “perché” altro non è che la ripetizione sgrammaticata di un altro “perché”? Sono, anche se non so cosa sono. E delle parole sono inevitabilmente anche il corpo, come delle emozioni sono. Già sono, semplicemente sono, anche se non so rispondere, non so dire cosa sono. Ma nessuno è una monade, solo questo so, nessuno è un respiro senza relazione di alcun tipo con gli altri. E nessuno, nemmeno io, posso evitare di mettere in relazione la mia anima con quella degli altri. E mi rendo conto che quando questo mescolarsi, questo travaso di anime emozionali, si attiva le reazioni sono difficili da stabilire in anticipo. Il piano delle possibilità è fatto solo di direzioni di partenza mentre le destinazioni sono conoscibili, poco per volta, e durante il viaggio. Siamo inequivocabilmente soltanto dei passeggeri sul treno dell’esistenza.

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Abruzzo Lutto Terremoto 2009


Esistono sistemi "morali" nei quali, in caso di dubbio, al soggetto è fornita una giustificazione per operare la scelta. Ed esistono sistemi "immorali" nei quali la necessità diviene l'unico argomento per rendere accettabile la scelta. Poi vi sono sistemi "individuali" dove è possibile lasciarsi guidare dalla coscienza e molto spesso essa risiede nel cuore. L'uomo appartiene contemporaneamente a tutti e tre i sistemi. Così come colui che comprende e determina le decisioni da prendere e quelle che non si verificheranno mai. Accanto alla libertà umana vi é la libertà di Dio.

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