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Archivio per etichetta: 'edith'

hermansji

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lentamente

Edith osservava oltre il confine gli ingranaggi del tempo, la loro devastante furia e perfezione, l’incedere sottomesso delle lancette. All’improvviso chiuse le porte dell’anima, nessuna via di fuga ai suoi sentimenti che sbattevano le ali cariche d’inquietudine. In ascolto di sé, semplicemente per non lasciar andare via quella meravigliosa sensazione di affetto e quiete che l’aveva raggiunta all’improvviso, cominciava a respirare lentamente.
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edith e la distanza

E camminare ma senza la presunzione di arrivare. Seguire la strada e, certe volte, rincorrerla perché non svanisca come un segno sulla sabbia. Finirà che chi possiede le ali non saprà volare, mentre chi sa volare non avrà buone ali. Resti bambina a bordo pista per ascoltare il rumore di fondo, il rombo dei motori che urlano tutta la furia della velocità, poi lasci cadere il diario nero del tuo destino e in piedi, ad occhi chiusi, allarghi le braccia al vento, provi a partire coi piloti e ti sembra che la distanza sia così breve, quasi un soffio ma non sarà così…
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edith ed il labirinto del respiro

Prendere il respiro, assorbirlo come fosse tutto, sentirlo attraversare la carne e quasi far male. Il petto che si solleva ed il viso che assume quell’espressione severa, una manciata di secondi eppure c’è imbrigliato il senso d’una vita e nessuno riuscirà a computarla per davvero. Così, mentre osservi Edith respirare, le guardi il viso che ami, lo vedi graffiato ed indurito e non puoi, o non vuoi, credere che la tua donna ti stia dicendo d’andar via. Pensi che sia ancora imprigionata nel labirinto del suo respiro, ma lei sta piangendo perché non vuole che tu la osservi, non vuole sentire il tuo calore e ti respinge anche se sta male. Caduta piange e pensa già ad una sconfitta, si vede sola con davanti un futuro da storpia. Anche se ha paura e mette il cuscino sopra per non guardare le gambe spezzate da quell’automobile. Anche se non vuol sentir parlare di cure o di stampelle, anche se è confusa e vorrebbe che il mondo la lasciasse in pace, che tu l’abbracciassi, sta piccola e senza forze col passato davanti agli occhi come un gigante nero che tenta di schiacciarla. Eppure non sopporta i tuoi occhi, che tu possa ricordarla così ferita. Ed urla, urla di andar via. Ma quando esci dalla stanza, senti il cuore lanciare fiamme che non basterebbe un estintore a spegnere. Trattieni l’emozione, trattieni ma anche tu stai respirando con un’espressione dura da intimidire quanti, nel corridoio dell’ospedale, ti vengono incontro per chiederti notizie di Edith. Non riesci a rinunciare è ripeti il suo nome, parli dentro con quella donna troppo orgogliosa e preghi che non ceda. Poi ti fermi di scatto e vorresti tornare indietro a prenderla col tuo amore e donarle il coraggio che è finito ma non puoi, lei non te lo permetterà.
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a zonzo rispetto alla fine di cosa poi?

Ed Edith che dorme mentre non riesco a prendere sonno. Come un fiocco di pensieri, scrivo altre pagine per un libro che forse sta soltanto leggendo dentro me. Sarà il senso di equidistanza od una qualche complicità con la familiarità ma questa casa è troppo grande anche per perdersi. L’aspirina che si scioglie, giusto in tempo per cacciare via il malditesta, da qualche ora se ne va a passeggio il trentesimo giorno ma a zonzo rispetto alla fine di cosa poi? Solo del tempo che ha impiegato la paura a mettersi il trucco di scena per disegnare il tragitto nel bosco dei sentimenti, la via d’una fiaba per adulti ormai stanchi di sognare. Così senza far troppo rumore resta accesa una luce, m’accompagna mentre scrivo altre frasi d’un libro che, pagina dopo pagina, sta leggendo sempre più dentro me.
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autismo

Giochi di parole o restarne davvero senza, colpa dell’autismo o del mondo che sembra di colpo vuoto come il bicchiere che Edith ha dimenticato sul pianoforte. C’è dentro ancora del liquido, rosso scuro come il sangue delle ferite che a volte sembra non finire mai, l’ho assaggiato ed era insolitamente buono. Giochi di parole ma ho la mente che ne ha fin troppe e non riesco a sceglierne nemmeno una, forse perché nessuna è così importante. Ciò che mi circonda non ha più un suo significato, almeno non come prima e forse anche io ho perso il mio. Il mondo si muove, cammina attorno ed è inevitabilmente sempre lo stesso, anche le circostanze che hanno intrappolato me ed Edith. Qui, dentro questa familiarità siamo come belve feroci sebbene in gabbia. Fino a poco fa c’era il vero sole a zonzo per la casa ed andava per i fatti suoi a passi nudi, quando è andato via ho finalmente aperto gli occhi ma per appendere, al suo posto, un sole infantile disegnato su carta da buttare, lo avevo dedicato a te… poi è scesa l’oscurità, che m’ha fatto ripensare a cosa possa mai accadere quando spegnamo semplicemente la luce dagli occhi, no non tutto si interrompe. Forse il mondo, lo stesso che si muove e cammina attorno, quando mettiamo un pesante lucchetto alla mente e non sentiamo più la voglia di partecipare al flusso vitale, forse in quell’istante, fuori da noi, tutto evolve e non è più lo stesso.
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edith

Affacciata dal parapetto osserva le colline dei borghi abruzzesi svanire con l’avanzare del pomeriggio al ritmo del temporale annunciato. I suoi occhi soppesano le grosse nuvole scure all’orizzonte per concentrarsi sulla nebbia che ha preso il posto del mare. Il vento le tiene le guance con dita fredde mentre i capelli si muovono come i pensieri. Sotto i corvi cercano di intrufolarsi nei fori della muraglia per ripararsi, appena in prossimità, una corrente li allontana e costretti, poco dopo, tornano con più insistenza. La mattina passata a fare visita al paese anche se, ad essere sinceri, sarebbe dovuta rimanere al Convegno, non fosse altro perché aveva contribuito all’organizzazione. Si era, però, schifata del retro gusto troppo umano dei suoi colleghi. Così li ha mollati a prendersi il merito, per quel che possano valere le lodi sbadiglianti di chi è già proiettato al momento del pranzo. Presa l’occasione per il collo è sgattaiolata via, a metà del convegno, con un nervoso addosso che se non fosse stato per i pettini d’avorio, i capelli sarebbero rimasti ritti. Alla stazione di Pescara, con il biglietto blu tra le dita, prima di partire si è ripetuta la scusa – vado giusto per vedere se è cambiato – o almeno se l’è ripetuta buona per parecchio. (continua…)


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Abruzzo Lutto Terremoto 2009


Esistono sistemi "morali" nei quali, in caso di dubbio, al soggetto è fornita una giustificazione per operare la scelta. Ed esistono sistemi "immorali" nei quali la necessità diviene l'unico argomento per rendere accettabile la scelta. Poi vi sono sistemi "individuali" dove è possibile lasciarsi guidare dalla coscienza e molto spesso essa risiede nel cuore. L'uomo appartiene contemporaneamente a tutti e tre i sistemi. Così come colui che comprende e determina le decisioni da prendere e quelle che non si verificheranno mai. Accanto alla libertà umana vi é la libertà di Dio.

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