domande stupide

Pubblicato il 14 maggio 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Confusione, tra baci e parole, come tamburellare la pelle per tirar fuori anche l’ultima nota di piacere, ma l’orchestra non ha finito c’è ancora in mente un esploso di dettagli. Che domande stupide, anelli di perturbazioni tra il sapere e il non voler ricordare, le labbra strette come una fessura per impedire all’anima di aprire gli occhi. Tanto a che serve guardare? La degenerazione maculare ha già rubato il senso dell’osservare, non c’è un valore preciso nell’attraversare il mondo, non fosse altro che in questo giorno m’abitano solo le ombre lunghe di ogni altro giorno. Mi prende la voglia di averci del tempo per cancellare le tracce dei dettagli che ho voluto dimenticare, il sapore del fuoco che non puoi conservare, ma in realtà è soltanto perché li ricordo tutti, tutti quanti i dettagli. Quando non ho detto no, quando non avevo paura di tornare ad osservare perché mi hanno innestato il sangue dentro le vene. Prendere la cervice dell’anima e tagliarla come un corpo estraneo da me. Urlare e consentire al demone gentile di ascoltare domande stupide, anelli di perturbazione tra il sapere e il non voler ricordare, le labbra strette ma solo perché hanno voglia di confusione, di tamburellare la pelle per tirar fuori anche l’ultima nota di piacere.
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ho perso, ho vinto

Pubblicato il 24 aprile 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Ho perso, ho vinto, come dentro ad ogni scatola dove ho riposto il complicato meccanismo chiamato sete di verità. Prova allora a chiedermi il senso di questa maturazione, la luce alla fine di ogni scelta che non si è uniformata ad un’altra scelta. Qui, prendi a piene mani, prendi e cuci questo sorriso che non vuole stare dove sta. Forse sarà la quiete prima dell’ansia di averci una battuta ma senza stile, una frase ma senza le guide dove incastrare i pensieri perché vengano divorati dall’ingranaggio delle paure. I giorni li ho chiusi come i libri, i giorni li ho traditi perché era così semplice senza dover riconoscere il tuo sguardo.
Ho perso, ho vinto, come dentro ad ogni scatola dove ho circoscritto tutto il resto, colle pretese di verità ma ancora piccole.
Prova allora a chiedermi il senso di questa mancanza di cose per cui ridere, la luce alla fine di questo corridoio è ancora spenta. Tu rimani o vai via? Ah già non era questa la domanda giusta… Prendi un altro colpo e orienta l’antenna, perché è andato in corto ma soltanto il tempo che rallenta questa esplosione. Dici che hai retto, che hai preso ed era solo per te, che conviene anche desistere, che ogni tua bugia ha dentro un’altra mezza verità ma mai di no. Oggi, disarcionato da questo risveglio, non m’importa più, ho messo nel caffè qualche zolla di tempo, troppo liquore di more e quel ruvido accarezzare la fiamma per farla divampare fino a fondere tutta la rabbia. Osservare sopra i tetti il cielo, collo sguardo grigio e umido come d’una stupida impressione, come il broncio che tengo alle domande che vorrei ma non riesco a fare, perché le risposte son sempre infiocchettate colle stesse circostanze. Dici che hai la pelle dura, che hai le chiavi per aprire l’altra metà di questo giorno, che il ciclo di dolore per te è già cessato ma mai di no. Allora sono io, ho dimenticato di leggere le avvertenze prima di riaprire questi occhi ormai ciechi, così da non riuscire nemmeno a sorridere e dimenticare quanti incastri ho già fallito, prima di far combaciare l’apparente quiete del giorno.
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bottoni

Pubblicato il 25 marzo 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Non mi piace parlare di me, cambio sempre discorso e non permetto di varcare la linea che protegge quell’oltre dei miei pensieri, di affacciarsi da quella piccola finestra per osservare da vicino cosa davvero c’è nel puntoduepuntipunto di me. Ma qualche volta, anche se tengo tutto nascosto sotto al disordine delle cose da fare, insomma capita che guardo così indietro da dire – oddio come avevo fatto a dimenticarlo -. Oggi mi è tornato in mente quando mia madre, che cuciva un vestito illuminata dal sole, chiedeva ad un me piccolo, ma piccolo davvero, di aiutarla a trovare altri bottoni uguali al suo. Era la cosa più divertente del mondo, no non mi annoiava frugare con lei dentro quelle grandi scatole di metallo e cercare, piano scoprire le assonanze tra le forme ed immaginare che in ognuna vi fosse, anche se piccola, una storia dimenticata. Vite vissute di riflesso, attraverso abiti indossati chissà poi da chi, per quale occasione o per nessuna in particolare. Frammenti per lo più persi chissà dove, nel filo che unisce tra loro i percorsi delle nostre umanità. Qualche volta mia madre sorrideva guardando quello che avevo tra le dita, ricordava cosa si nascondesse dietro quel particolare bottone, l’abito che aveva cucito e per il quale erano avanzati oppure un particolare cappotto, appartenuto alla nonna che non avevo mai conosciuto e dal quale era stato tolto. Spesso, nella caccia, trovavo solo un tipo per ciascuna varietà… e lo mettevo da parte in un punto preciso del lungo tavolo da sarto. A ripensarci mica saprei dire perché sceglievo sempre quell’angolo e non cambiavo mai. Stavano lì e dopo, prima di rimetterli al loro posto, sarei tornato a disturbarli per giocare ancora un po’ e inventare storie sulla loro vita precedente, tanto i bottoni non se la sarebbero mai presa con un bambino.
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attraversano la notte

Pubblicato il 21 marzo 2010 in prosa da hermansji

Ed i treni vanno via, attraversano la notte, come se mordessero tutto quel peso che fa soffocare queste inquietudini che abitano le porte chiuse del noi. Con lo sguardo t’osservo, varco già col respiro il tuo corpo ed immagino quelle tue forme come se tu fossi parte d’una risposta che cercavo da troppo. Allora mi avvicino a te. Scruti il mondo danzare e morire senza più rispetto per il dolore. Hai scelto di accompagnarmi nel viaggio ma resti troppo in silenzio. Ti vengo incontro perché voglio affacciarmi nei tuoi pensieri e risvegliare il nostro calore. T’accarezzo le guance e tu sorridi un po’. Ti bacio lentamente e resti a farti coccolare ma con un dolore sotto pelle di cui non vuoi parlare. Allora prendo a spogliarti perché voglio sentirti bruciare, anche se dovessi scavare con le dita la parte più nascosta di te… ma tu già tremi. Ti respiro sulla schiena mentre accarezzo i tuoi seni e gioco a stimolarti la clitoride. Sei sempre più bagnata e mia che quasi riesco a coglierti l’anima fiorire. Poi entro in te, ti prendo da dietro tenendoti la testa per i capelli mentre la notte corre via, la vediamo allontanarsi dal finestrino chissà per dove… Seguo il ritmo del tuo respiro, finché diventi improvvisamente luminosa, come se avessi dimenticato tutto il tuo segreto dolore. Allora vengo mentre m’aspetti dolce e mi accogli per assorbirmi in te. Ma altri treni attraversano la notte per mordere tutto quel peso che fa soffocare.
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avere, rubare o cercare

Pubblicato il 8 marzo 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Avere del tempo, rubare del tempo, cercare del tempo. Avere, rubare o cercare altro da dire ma, quando è finita l’ispirazione, tornare semplicemente a disegnare. L’anima se proprio non c’è, forse nemmeno ti verrà a mancare – così hai tagliato corto. Ma, mentre camminavo nell’assolato atrio dell’Università, ripensavo ai corridoi dell’ospedale e tutte quelle persone che si aggrappavano ad uno sguardo e mi è venuto da risponderti che – No, non è così semplice. Puoi stare tutto il tempo, tutta la tua vita a negare con la sola forza della razionalità e della scienza, però poi vorrei vedere che faccia farai. Sì, nei periodi più neri, quando t’accorgerai che qualcosa dentro te non va più, vorrei sentire le tue risposte. Quando ti accorgerai che la tua razionalità ti ha già abbandonato o che gli altri, proprio come fai tu, loro ti giudicheranno scomodo e semplicemente già finito… vorrei sentire il rumore dei tuoi pensieri. Quando sarai lì da solo e vorrai che ogni gesto che scandisce i tuoi giorni non sia dettato solo dalla pietà, vorrei chiederti “la senti un’anima che sta ancora lottando?”-. Allora ti ho urlato – Smettila. Smettila e guarda le cose da vicino, avvicinati a tutti questi malati e trova la forza di abbracciarli, senti la loro anima – ma stavo urlando solo contro di me, stavo parlando soltanto di me.
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l’amore fa male al cuore

Pubblicato il 4 marzo 2010 in prosa da hermansji

L’amore fa male al cuore, come ostinarsi a soffiare sulla cenere che riesce malamente a ravvivare l’incedere di questo mio stupido ardere. Così anche se ho cambiato serratura ad ogni sutura aperta, forse non riesco ad evitare di impattare e farmi ancora un po’ male nell’osservare il posto vuoto che avevo cominciato ad arredare. Ma oggi no, la pioggia sta dentro anche se fuori le parole non riescono ad evitare il sole in faccia e così s’accende uno scontro tra la mente, che non smette di trovare qualcosa di cui parlare, e le parole che invece restano mute ad accarezzare il silenzio. Ed è come se avessero accordato all’improvviso quel pezzettino d’anima che m’era rimasto dentro, ma io invece più risuono e più resto affezionato a quelle note sbagliate che riuscivo ad emettere, perché posto vuoto c’era a sufficienza per fare da grancassa al mio segnale. Ma questo mio nero cuore è semplicemente fatto così, come il rintocco dei passi che incessantemente salgono e scendono le scale di questo divenire. Spesso mi domando se gli addii ed i ritorni siano davvero come ci appaiano o se non nascondano in realtà altre domande per tante risposte. Poi penso che è solo una comoda bugia in cui volevo scivolare, è ora di rialzarsi e guardare in faccia l’orlo di questa inquietudine. Se tutto passa, inevitabilmente avrò alle spalle un altro domani ed un’altra infanzia per questi germogli d’affetto che mi porto dentro.
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ed i fiori crescono

Pubblicato il 27 febbraio 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Ed i fiori crescono anche al riparo dei capricci del tempo, restano a godersi il principio del mattino quando a noi invece viene addosso quella nostalgia difficile da spiegare. Le nostre automobili vanno veloci, forse perché abbiamo già impattato contro un muro di ostacoli nella fretta di vedere che faccia avesse alla fine la nostra direzione. I nostri occhi restano appesi alle domande da fare e alle risposte da dare, solo che poi manca il tempo per fare uno scambio equo, così io prendo le domande e a te restano solo le risposte ma quelle sbagliate. Ed i fiori ci osservano al riparo dell’inutile violenza che mettiamo in ogni gesto, restano a godersi senza necessità da di noi anche il principiare della notte quando ci resta addosso solo la nostalgia difficile da spiegare.
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la mente ingombra di pensieri

Pubblicato il 27 febbraio 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Con la mente ancora ingombra di pensieri, mi sveglio tormentato da quel senso di abbandono che mi viene a cercare proprio quando per un attimo avevo smesso di pensarci. Che poi non è nemmeno il momento giusto e così mi va di traverso un’altra fila di pensieri, s’era messa a nuotare irriverente nel mio cappuccino. Sarà colpa di non aver aggiungo mai la giusta dose di distacco nelle cose, sarà che ogni caduta lascia almeno un livido, oggi c’è solo questa mente ingombra, a gravare sulla coda della notte che va dileguando. La mia voce prende a leggere un appunto, l’avevo scritto pensando a lei, ma non arriverà da nessuna parte, la mia voce che si fa silenzio di colpo e non c’è nient’altro, solo la solita incomunicabilità, distillata come una cura, l’unica che davvero funzioni per quelli come. E poi scivolare dentro a qualcosa che vagamente assomiglia al bisogno di comprensione che cerco ma non c’è, a quell’abbraccio che vorrei sentire, stringermi così forte da interrompere il pianto che non riesco mai a piangere. Scivolare dentro alla penombra d’un bacio ma non era destinato a me, farmi del sordo male per risalire dalle pareti d’un cuore già occupato. Forse invidiare un po’ che non sono il destinatario di quel caldo amore mentre i pensieri vanno via senza salutare, in questa mente cosi ingombra, ma dove andranno? Quanto è dura questa assenza di sonno, quasi un risveglio senza uscita, dovrei ancora pensare che tutto è possibile?
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sarà una lunga notte…

Pubblicato il 30 dicembre 2009 in prosa da hermansji

Note al tempo che graffia e rifugge dalla gabbia della sua clessidra, vuoi scorrere o trascorrere nel limbo di un’altra bugia? La musica che stilla un tasto bianco dietro uno nero, l’armonia è andata via come i fari di una vettura a rincorrere lo spettacolo d’un giorno che muore. Ma restano lì sempre le stesse domande, sarà che anche questa notte più provi ad allungarla di pensieri e più ti restituisce solo l’eco d’una città mezza assonnata. Ed il tempo brucia, travolge e spuma di marea come uno dei tanti modi per vivere o sopravvivere. Mentre ti guardi indietro e non vedi nemmeno le orme che avresti dovuto lasciare, hai smarrito anche il ritorno? Così rincorri qualcosa e scavi la notte con le unghie. Cerchi un groviglio di emozioni attorno al niente e quel frammento effimero che ti chiama, quella inquietudine viva, quella goccia di sensazioni non sei altro che tu.
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fiaba greve

Pubblicato il 7 dicembre 2009 in prosa, riflessioni da hermansji

Nera notte e treno di pensieri altrettanto oscuri, fuori dal finestrino paesaggi incandescenti sotto la furia del temporale. Ma quello che vedi non c’è, quello che vedi è qui perché se ti incammini, quando c’è vento contrario, sul filo della contraddizione potrai trovare la stessa morte ad attenderti col suo sorriso più falso oppure la vita a cacciare il male inoculato inutilmente. Nella miscela c’è anche l’ingenuità d’un bacio intenso ed aggraziato con tutta la sua pulsione di vita e la sua speranza volgare nell’umanità, brindare di calore umano sotto lo sguardo delle imperfette stelle e la quiete della Lunea. Eppure sembra così divino il mondo anche col suo chiasso inopportuno, con quel suo divagare senza mai cambiare le carte segnate dal mazzo. Che poi ti innamori lo stesso, vivi come sempre anche se non hai capito che senso abbia ostinarsi a seguire la via stretta tra cuore e ragione. Non hai ricevuto nemmeno una risposta e non sai dire cosa ci sia d’autorevole in chi racconta banalità attraverso libri, giornali, televisione e web. Dai vieni con me, cammina e seguimi. Vieni, scendi da questo vagone, cerchiamo della verità al di fuori di questi binari. Attraversiamo questa città nascosta, senti l’odore di questi quartieri dormitorio? Osserva il degrado serpeggiare attorno a noi. Dove sono finite le tue domande? Dove è finito il coraggio di opporti a tutto questo? Hai semplicemente paura come tutti, vorresti andare via e non sopporti lo sguardo di drogati e prostitute, sembra che ti giudichino e che quel loro strano silenzio sia come un insulto. Vieni, cammina con me. Noi abbiamo costruito la civiltà di macchina ed essa ha lo sguardo freddo di questa gente che pure abbiamo abbandonato. Dovevamo dire di no, dovevamo urlare il nostro no e non lasciare che a parlare fosse solo la morte. Vieni, immergiti con me in tutti questi volti che c’osservano ed accusano, guarda quello che resta della nostra civiltà. Osservarla decadere come ogni divinità di carne e sangue, sotto queste macerie non batte più un cuore, non troverai un emozione perché avvelenata dal sogno chiamato Europa. Stringiti a me, confidami la tua inquietudine e quel tuo sognare disturbato dalle urla del mondo dimenticato, raccontami di questo sangue versato sotto i tappeti della politica troppo per bene, raccontami di quella speranza che non vuole morire. Dimmi che anche tu vuoi fermare quel treno diretto verso la morte. Dimmi che anche tu vuoi scrivere un lieto fine a questa fiaba greve.
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