E tu saresti? Dico a te, mi senti? Parlo a te che hai fame di pensieri. Tu che scrivi biglietti d’addio e li metti in bella mostra. Torni tempo dopo giusto quando pensavano un po’ a sé ma ti sentivi sola, trafitta da una angoscia che non vuoi mai accettare. E tu saresti? Il canale del parto di una notte tutta sola, bruci di desideri e non riesci a capire quello che forse il corpo, o era la mente, a volere e a dover possedere. Così ti lasci il lavoro dietro casa e sul divano, vestita di neanche una luce, ti raggomitoli come una miriade di donne che non vuoi sentire vivere con te. Ridono, piangono, sanguinano, amano, combattono le donne da uomini e gli uomini da donne, poi quando si sentono protette si masturbano, si eccitano e si lasciano condurre in fantasie torbide ma religiose si confessano, si pentono e s’assolvono senza un perché. Tu che ti fai stupidamente sottile, sprofondi casta o meno dea soltanto dentro, hai deciso chi saresti? Prendi il telefono e chiami le tue amiche, racconti loro una cazzata qualsiasi ma non tutta la verità che si attorciglia alle tue caviglie e lecca lentamente le tue cosce. Non lo fai per cattiveria è solo che non vuoi accettare quello che davvero vuoi, ascolti i consigli ma non ti piacciono e finisci per litigare anche col cellulare che lanci chissà dove. Doccia veloce e sotto le coperte non ti fanno dormire quelle te che vivono le loro vite in un corpo solo. Così ripensi ai discorsi allunati e piangendo dal cuore ti chiedi da sola… tu tra loro chi saresti? E in tanto che ci pensi togli il cellophane alle stelle e le appendi sul drappo nero della pulsante inquietudine vitale. Poi ti svegli con la sensazione di aver camminato dentro la tua mente chilometri di pensieri. E’ come stare seduta su una panchina dopo che è piovuto. Ti lavi con eterna lentezza osservando dallo specchio il tuo corpo che sottocute ha sensazioni strane. In cucina mangi un cornetto avanzato alla fame del giorno prima e ti tuffi nei vestiti per arrivare a lavoro. Ma il traffico non ti è stato a sentire così impieghi un’ora in più. Immancabilmente in ritardo tieni per te il solito sorriso dei colleghi, hai bisogno di un caffè o forse no… e ti aumenta il nervoso così sfinita cedi, bevi d’un sorso la scura bevanda troppo zuccherata. Proprio non ci riesci? Senza farti notare scrivi “addio” con una matita sull’etichetta del distributore. No forse no, prendi tutto come se fosse una guerra solo tua e l’addio equivale ad una piccola mina lanciata a bella posta per vedere, o dimostrare, quanto male sai fare anche tu. Poi, a metà giornata, sorseggi un altro caffè ma sei pentita e, prendendoti troppo sul serio, cancelli quell’addio scrivendo “a presto” sull’etichetta del grigio distributore. Insolitamente di buon umore canticchi qualcosa che assomiglia ad una canzone mentre torni alla tua postazione di lavoro. Osservi i fascicoli sulla scrivania troppo alti e ti domandi, per l’ennesima volta, che senso abbia passare la vita a riempire fogli che nessuno leggerà? E tu? Tu saresti? Chi scrive o chi non legge?
.:.