canzone per voce sola

Pubblicato il 9 gennaio 2010 in prosa da hermansji

Tu che ci vedi, dimmelo, raccontami cosa c’è nella luce che osservi? Tu che sai ascoltare, ti prego descrivimi il percorso che hanno le sensazioni quando entrano inattese in queste stanze fredde. Gettano via tutte queste inutili carte e fanno cadere i ricordi appesi alle pareti. Tu che sai parlare, dimmelo, raccontami cosa c’è al fondo delle parole e perché non sono mai state mie. Tu che hai fede, ti prego descrivimi che cosa vi hai trovato dentro…
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maxiata – L’Aquila 6 Aprile 2009

Pubblicato il 4 maggio 2009 in abruzzo, blog da hermansji


Tremano le mani mentre scavano
in cerca di un respiro nascosto
una voce lontana

Tremano le gambe mentre vagano
lungo le strade che non riconosco più
Vacillano i miei progetti
e crollano le mie certezze
non riesco a fermare questa voglia di urlare

Dovrò scavare nella mia identità
le fondamenta del prossimo giorno che verrà

Ora non sento più in me
quel senso di smarrimento e quel vuoto
Ora non prego perché
cerco l’orgoglio di alzarmi e risorgere qui

Sotto le macerie lascio tutte le incertezze
lascio le paure e le inutili amarezze
lascio che il tempo mi porti con se’
lascio che l’alba risplenda sulla mia città

Ora non sento più in me
quel senso di smarrimento e quel vuoto
Ora non prego perché
cerco l’orgoglio di alzarmi e rinascere…

Credo nei sogni
e non li lascio andare via
leggo nei volti
la volontà di reagire e combattere

(tutti i diritti appartengono ai MAXIATA)

Il sito web dei MAXIATA: http://www.maxiata.it/

Il myspace dei MAXIATA: http://www.myspace.com/maxiata


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sul drappo nero

Pubblicato il 3 marzo 2009 in prosa da hermansji

E tu saresti? Dico a te, mi senti? Parlo a te che hai fame di pensieri. Tu che scrivi biglietti d’addio e li metti in bella mostra. Torni tempo dopo giusto quando pensavano un po’ a sé ma ti sentivi sola, trafitta da una angoscia che non vuoi mai accettare. E tu saresti? Il canale del parto di una notte tutta sola, bruci di desideri e non riesci a capire quello che forse il corpo, o era la mente, a volere e a dover possedere. Così ti lasci il lavoro dietro casa e sul divano, vestita di neanche una luce, ti raggomitoli come una miriade di donne che non vuoi sentire vivere con te. Ridono, piangono, sanguinano, amano, combattono le donne da uomini e gli uomini da donne, poi quando si sentono protette si masturbano, si eccitano e si lasciano condurre in fantasie torbide ma religiose si confessano, si pentono e s’assolvono senza un perché. Tu che ti fai stupidamente sottile, sprofondi casta o meno dea soltanto dentro, hai deciso chi saresti? Prendi il telefono e chiami le tue amiche, racconti loro una cazzata qualsiasi ma non tutta la verità che si attorciglia alle tue caviglie e lecca lentamente le tue cosce. Non lo fai per cattiveria è solo che non vuoi accettare quello che davvero vuoi, ascolti i consigli ma non ti piacciono e finisci per litigare anche col cellulare che lanci chissà dove. Doccia veloce e sotto le coperte non ti fanno dormire quelle te che vivono le loro vite in un corpo solo. Così ripensi ai discorsi allunati e piangendo dal cuore ti chiedi da sola… tu tra loro chi saresti? E in tanto che ci pensi togli il cellophane alle stelle e le appendi sul drappo nero della pulsante inquietudine vitale. Poi ti svegli con la sensazione di aver camminato dentro la tua mente chilometri di pensieri. E’ come stare seduta su una panchina dopo che è piovuto. Ti lavi con eterna lentezza osservando dallo specchio il tuo corpo che sottocute ha sensazioni strane. In cucina mangi un cornetto avanzato alla fame del giorno prima e ti tuffi nei vestiti per arrivare a lavoro. Ma il traffico non ti è stato a sentire così impieghi un’ora in più. Immancabilmente in ritardo tieni per te il solito sorriso dei colleghi, hai bisogno di un caffè o forse no… e ti aumenta il nervoso così sfinita cedi, bevi d’un sorso la scura bevanda troppo zuccherata. Proprio non ci riesci? Senza farti notare scrivi “addio” con una matita sull’etichetta del distributore. No forse no, prendi tutto come se fosse una guerra solo tua e l’addio equivale ad una piccola mina lanciata a bella posta per vedere, o dimostrare, quanto male sai fare anche tu. Poi, a metà giornata, sorseggi un altro caffè ma sei pentita e, prendendoti troppo sul serio, cancelli quell’addio scrivendo “a presto” sull’etichetta del grigio distributore. Insolitamente di buon umore canticchi qualcosa che assomiglia ad una canzone mentre torni alla tua postazione di lavoro. Osservi i fascicoli sulla scrivania troppo alti e ti domandi, per l’ennesima volta, che senso abbia passare la vita a riempire fogli che nessuno leggerà? E tu? Tu saresti? Chi scrive o chi non legge?

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chiamando la pioggia

Pubblicato il 9 febbraio 2009 in poesia da hermansji

così vicino eppure…
smarrito nel ricordo del tuo sguardo
che taglia come uno stiletto
il passato non è ancora sepolto
solo invecchiato anno dopo anno

sono tornato fugace alla mia casa
la abitano tracce di te
sto chiamando la pioggia
sto chiamando la pioggia per te

mi sento violino senza una corda
e continuo a suonare d’amore
anche se non ho tutte le note con me
continuo a suonare d’amore

così vicino eppure impercettibile
ho dato il tuo nome alla pioggia
ed aspetto che pianga per te
sto chiamando la pioggia
sto chiamando la pioggia per te

mi sento violino senza una corda
e continuo a suonare d’amore
anche se ho perso tutte le note
continuo a suonare d’amore


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