
L’amore fa male al cuore, come ostinarsi a soffiare sulla cenere che riesce malamente a ravvivare l’incedere di questo mio stupido ardere. Così anche se ho cambiato serratura ad ogni sutura aperta, forse non riesco ad evitare di impattare e farmi ancora un po’ male nell’osservare il posto vuoto che avevo cominciato ad arredare. Ma oggi no, la pioggia sta dentro anche se fuori le parole non riescono ad evitare il sole in faccia e così s’accende uno scontro tra la mente, che non smette di trovare qualcosa di cui parlare, e le parole che invece restano mute ad accarezzare il silenzio. Ed è come se avessero accordato all’improvviso quel pezzettino d’anima che m’era rimasto dentro, ma io invece più risuono e più resto affezionato a quelle note sbagliate che riuscivo ad emettere, perché posto vuoto c’era a sufficienza per fare da grancassa al mio segnale. Ma questo mio nero cuore è semplicemente fatto così, come il rintocco dei passi che incessantemente salgono e scendono le scale di questo divenire. Spesso mi domando se gli addii ed i ritorni siano davvero come ci appaiano o se non nascondano in realtà altre domande per tante risposte. Poi penso che è solo una comoda bugia in cui volevo scivolare, è ora di rialzarsi e guardare in faccia l’orlo di questa inquietudine. Se tutto passa, inevitabilmente avrò alle spalle un altro domani ed un’altra infanzia per questi germogli d’affetto che mi porto dentro.
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Autore: hermansji .:. | Data: 4 marzo 2010 alle 15:34 | Categorie: prosa | Tags: affetto, amore, ardere, arredare, cenere, cuore, domande, inquietudine, pioggia, posto vuoto, risposte, scale | Nessun commento
Il pianoforte caldo che contiene già la melodia che voglio possedere tra le dita, e tutti questi giorni che sono in potenza dentro le notti che verranno a bussare qui, nello sguardo lunare che mi ha abbacinato. Tu urlamelo contro, urlalo finché ti resterà rabbia e voce, dimmelo quanto di sbagliato vedi affiorare sulla superficie del me, urlamelo contro affinché non s’esaurisca questa negativa sorgente che tramuto in amabile melodia. Poi, quando non avrai più niente da dire, siediti accanto al silenzio di questo giorno morente, resta ad ascoltami. Ti condurrò in posti dove la parola riesce a diventare pittura, avvolgendoti nelle spirali delle strade che la tua mente dovrà percorre pur di uscire dal mio labirinto di profumi e sensazioni. Evocherò tutto quello che hai chiuso dentro quei bauli abbandonati nelle tue soffitte. Allora sì forse sarà già tutto sbagliato, il momento sbagliato, l’emozione sbagliata ed anche la mia voce perché ti avrà sedotto senza volerlo.
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Autore: hermansji .:. | Data: 3 marzo 2010 alle 20:11 | Categorie: prosa | Tags: amabile melodia, bauli, dipinto, labirinto, luna, mente, negativa sorgente, notte, parole, pianoforte, profumi, sensazioni, soffitte, strade | Nessun commento
Madre quanto pianto hai versato per me? Quante preghiere consumate perché riuscissi a sopravvivere? Eppure ho preso il respiro a pieni polmoni giusto perché non c’era alternativa, rubando anche il tempo che non era mio. Ho inghiottito una goccia di veleno alla volta quando la vita ci ha condito solo questa scelta per sopravvivere, fuori il mondo su misura d’inetti arroganti e comode puttane. E sì, ho inghiottito anche la più nera delle notti, l’ho buttata giù come fosse la cura per riuscire a dar forma ai progetti ma ho sudato sangue, sputando fino all’ultimo solo dal mio, solo il sangue del fondo delle mie risorse. Ora è il tempo di tornare ad innalzare muri e amen. Non m’interessa essere compreso, trovare del posto nel cuore d’una donna perché so quello che ho già fatto, so dove sono arrivato e quanto m’è costato… anche se non so computare di quante parti sono composto e nemmeno so indicare il punto dove mi porterà la corrente indecifrabile di questa vita.
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Autore: hermansji .:. | Data: 3 marzo 2010 alle 19:28 | Categorie: riflessioni | Tags: madre, muri | Nessun commento

Cose da niente. Ci sono battiti nel cuore che non hanno nessun senso, giochi riflessi delle emozioni che si guardano negli occhi e poi si danno le spalle. Le tue labbra che smettono di pronunciare quello che davvero vuoi dire, io che invece prendo ad ascoltare perché ho intercettato quello che non dirai mai. Così allontanarsi da tutto e prendere il posto a sedere. Aspettare che l’autobus riparta ed incrociare la contraddizione come una pulsazione ancora viva negli occhi della città. Ci sono battiti nel cuore che non vorremo mai ascoltare. Pesi e misure non si equivalgono mai, come il sentire le nostre vite addosso giorno per giorno. Ed aspettare il momento opportuno per decorticare via le pulsazioni di queste spine d’inquietudine che si conficcano nella carne col veleno quotidiano. Poi cadere e scivolare con la fame dentro, fame del tuo profumo che concretizza il sapore del rumore sordo dei miei pensieri mentre osservo godere la tua pelle. La osservo godere e chiedere a mezza voce di avere ancora da me quel fuoco imperfetto che tengo chiuso nel doppiofondo dell’anima. Ma l’estetica del piacere è solo l’intervallo complicato d’un attimo, il bordo ruvido e caldo di chissà quale longitudine sulla geografia dell’esistenza. Si dilatano le nostre arterie mentre prendo a respirare il tuo profumo, e finirò per respirare anche il peso dei tuoi occhi che restano incollati a me. E tu nemmeno te ne accorgi, ti bagni e prendi l’imperfezione del mio germogliare dentro di te senza nemmeno immaginare che sto pianificando tutto di questa caduta, perché questo nostro godere non è fatto solo di carne e battiti. Così spingo. Spingo l’imperfezione del me, quel senso di quiete mischiato al niente, spingo e spingo la mia dolcezza e la feroce gabbia di illusioni e pretese che la riveste. Spingo la mia attitudine a creare e demolire, spingo ogni sorriso e le troppe volte che ho pianto, spingo questo amore fino a farlo combaciare perfettamente con te. E poi si estingue questo nostro reciproco scivolare, anche se continueremo ad aggrapparci al malessere di vivere con le carte truccate dal destino. Restiamo semplicemente in ascolto dei nostri battiti ma senza più darci le spalle.
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Autore: hermansji .:. | Data: 2 marzo 2010 alle 23:04 | Categorie: prosa | Tags: amore, attimi, autobus, battito, caduta, città, contraddizione, cuore, destino, dolcezza, doppiofondo, estetica, ferocia, imperfezione, inquietudine, labbra, piacere, pianto, rumore, sorriso, spalle | 5 Commenti

No, questa perturbazione ha una moltitudine di nomi. Prendi e benedici la salvezza su di noi, prendi e scegli la ferita da riaprire, ma la bestia sorride. Ti avvicini fino a sentire la nostra voce, ascolta come suona seducente… unisciti a noi. In questa corrente oscura di pensieri troverai annegate tutte le tue speranze. In questa notte che ha smarrito la sua razionalità, mentre affronti la morte ogni giorno, mentre combatti il male tu pure ti contamini, inevitabilmente. Vieni. Vieni più vicino. Fatti osservare da queste suture sfilacciate ed aperte. La bestia sorride, ti guarda dentro e gioisce. In superficie resta lo specchio riflesso della tua anima, più combatti per non farla emergere più sentiamo il suo odore, più ne abbiamo fame, unisciti a noi. Quanti dei nostri nomi già conosci? Quante volte lo hai invocato a tuo sostegno? Per quante cadute ti sei sentito impotente? Piccola creatura al nostro cospetto, non hai compreso che siamo qui? Siamo soli, irrimediabilmente con te. La fede è solo il nome freddo della più nera delle notti. Di cosa è rivestita la tua deliziosa anima? Soltanto dell’imperfetto piacere di questa comune carne. Unisciti a noi. E’ dentro il tuo sangue la risposta che cercavi. Dentro te ci troverai, in quelle ferite che ti hanno solcato come un campo di grano coltivato a tempo, prima cresci poi morirai. Abbraccia la nostra quiete, il calore che concedono le nostre fiamme. Unisciti a noi. Anche se copri le cicatrici all’ombra della tua veste spesso, quando leggi a dovere i passi del messale, noi pronunciamo alle sue orecchie le tue colpe. Unisciti a noi.
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Autore: hermansji .:. | Data: 2 marzo 2010 alle 09:20 | Categorie: prosa | Tags: anima, benedizione, bestia, campo di grano, colpe, ferita, fiamme, giorno, invocazione, male, messale, morte, notte, odore, orecchie, pensieri, piacere, razionalità, sostegno, specchio, speranze, suture, unisciti a noi, voce | Nessun commento

L’auto non ha più la velocità dei miei pensieri e il mare si protende con le sue bocche affamate per divorare ciò che vi specchio dentro. Sarà la stanchezza degli occhi, cercano e osservano ma senza concentrazione gli altri viaggiatori persi per le loro direzioni.
Mi dico, mi ripeto – ora basta, ferma questa stupida corsa…- e poi rallento. Parcheggio e prendo a respirare ma ho un dolore che non ha nemmeno un nome. Osservo il cielo e non abbiamo niente di cui parlare, cammino verso la sabbia ed affondo lieve un passo dietro l’altro.
Resto ad ascoltare il mare, lo lascio a divorare lentamente anche me mentre cerco di afferrare le ali d’un pensiero. No, non sono così pratico e ho paura di far troppo male col tocco delle mie dita, così lo lascio attraversare la linea dell’orizzonte in cerca della sua direzione.
Osservo ancora il cielo, non abbiamo mai avuto certezze da condividere. Mi dico, mi ripeto – smettila di urlare sotto pelle, finirà che le parole prenderanno vita – e poi respiro piano. Il traffico quasi non esiste più, mi resta solo la strana impressione di essere da solo con la fame del mare a sorvegliarmi.
E quel pensiero che ostinato prova a resistere, s’è fatto già troppo lontano, quasi da non distinguere più il contorno del suo volo. Il dolore che mi tiene compagnia, come il senso d’un abbandono che fa troppo male per essere stato così breve. La sabbia che cambia aspetto, mi sdraio ed osservo distratto il cielo tanto non troveremo mai di che parlare.
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Autore: hermansji .:. | Data: 28 febbraio 2010 alle 20:51 | Categorie: prosa, riflessioni | Tags: auto, cielo, contorno, corsa, mare, pensiero, sabbia, Velocità, volo | Nessun commento

Non è una contrattura quella che si espande attraverso me, forse è proprio una frattura di cose che non hanno mai avuto un significato. Cade il pensiero e rotola, va da qualche parte mentre c’è solo il sorriso del sole che invade tutta la stanza. Io ho gli occhi dolenti eppure cerco di osservare, ma cosa ci sarà mai da guardare? Se il mondo sbircia addosso, perché ci ostiniamo a volerlo salvare e sbirciamo anche, mentre ci mangiamo le unghie imbambolati, presi dall’osservare ma per trovarci cosa? Cosa c’è? Quando ti viene come un muto disagio, come se ti mancasse tutto e non ti manca niente. Con le mani che sembrano mezze parole che non sei più in grado di pronunciare, colle braccia che sembrano rami d’un albero. Albero che c’ha quella ferita che ti si addice e ci va a riposare un vecchio gufo. Allora sei cavo così, perché non ti hanno tolto il cuore s’è fatto polvere evolvendo secondo logiche tutte umane. Così smettila di credere che l’umanità sia un valore, che dietro alle nuvole bianche o grigie restino comunque dei sentimenti capaci di urlare più forte del resto. Finiresti solamente ad osservarti invecchiato, proprio come il gufo che si ricorda di te ma quando vuol sentirsi protetto per chiudere gli occhi ed abbracciare una notte senza paure. Ma non riesco a smettere, non ci riesco mai. No, non è una contrattura, nemmeno una frattura, forse assomiglia a certe ferite che ti fanno del bene, mentre ti ascolti vivo colla voglia d’un pensiero positivo. Una bella abitudine, una frase d’amore pronunciata piano con troppa commozione a far vibrare leggere le parole, forse assomiglia a questo sole che ha il sorriso e non smette di rovistare nel perfetto disordine delle cose da fare.
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Autore: hermansji .:. | Data: 27 febbraio 2010 alle 11:54 | Categorie: prosa, riflessioni, www.hermansji.it | Tags: albero, amore, credere, disordine, ferite, giorno, gufo, notte, parole, pensiero positivo, sole, sorriso, umanità | Nessun commento
Ma i treni davvero vanno via? Mi interrogo e prendo appunti tra logiche divergenze. Dove la penna disegna il pensiero lì si interrompe, come il cuore che non vuole sapere chi tira per lo xilema le foglie. Questi treni, ferraglia dolente e sporca, assomigliano a tanti sipari delle stagioni del cuore. Eppure, attraverso le loro partenze, si riordina la materia almeno cordiale nella traccia delle direzioni che vanno via… anche se per tornare. Ma i treni davvero si lasciano dietro tutti posti che attraversano? Forse ci illudono di aver tanto da raccontare, come se fosse possibile voltare pagina o trovare qualcuno con cui condividere per davvero come siamo fatti dopo che ci hanno spogliati di ogni idealizzazione.
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Autore: hermansji .:. | Data: 27 febbraio 2010 alle 10:19 | Categorie: prosa, riflessioni | Tags: condividere, i treni vanno via, idealizzazione, raccontare, stazione termini | Nessun commento
Ed i fiori crescono anche al riparo dei capricci del tempo, restano a godersi il principio del mattino quando a noi invece viene addosso quella nostalgia difficile da spiegare. Le nostre automobili vanno veloci, forse perché abbiamo già impattato contro un muro di ostacoli nella fretta di vedere che faccia avesse alla fine la nostra direzione. I nostri occhi restano appesi alle domande da fare e alle risposte da dare, solo che poi manca il tempo per fare uno scambio equo, così io prendo le domande e a te restano solo le risposte ma quelle sbagliate. Ed i fiori ci osservano al riparo dell’inutile violenza che mettiamo in ogni gesto, restano a godersi senza necessità da di noi anche il principiare della notte quando ci resta addosso solo la nostalgia difficile da spiegare.
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Autore: hermansji .:. | Data: 27 febbraio 2010 alle 08:57 | Categorie: prosa, riflessioni | Tags: automobili, capricci del tempo, direzioni, domande, fiori, fretta, giorno, mattino, necessità, notte, ostacoli, risposte, violenza | Nessun commento

Con la mente ancora ingombra di pensieri, mi sveglio tormentato da quel senso di abbandono che mi viene a cercare proprio quando per un attimo avevo smesso di pensarci. Che poi non è nemmeno il momento giusto e così mi va di traverso un’altra fila di pensieri, s’era messa a nuotare irriverente nel mio cappuccino. Sarà colpa di non aver aggiungo mai la giusta dose di distacco nelle cose, sarà che ogni caduta lascia almeno un livido, oggi c’è solo questa mente ingombra, a gravare sulla coda della notte che va dileguando. La mia voce prende a leggere un appunto, l’avevo scritto pensando a lei, ma non arriverà da nessuna parte, la mia voce che si fa silenzio di colpo e non c’è nient’altro, solo la solita incomunicabilità, distillata come una cura, l’unica che davvero funzioni per quelli come. E poi scivolare dentro a qualcosa che vagamente assomiglia al bisogno di comprensione che cerco ma non c’è, a quell’abbraccio che vorrei sentire, stringermi così forte da interrompere il pianto che non riesco mai a piangere. Scivolare dentro alla penombra d’un bacio ma non era destinato a me, farmi del sordo male per risalire dalle pareti d’un cuore già occupato. Forse invidiare un po’ che non sono il destinatario di quel caldo amore mentre i pensieri vanno via senza salutare, in questa mente cosi ingombra, ma dove andranno? Quanto è dura questa assenza di sonno, quasi un risveglio senza uscita, dovrei ancora pensare che tutto è possibile?
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Autore: hermansji .:. | Data: 27 febbraio 2010 alle 03:00 | Categorie: prosa, riflessioni | Tags: cappuccino, colpa, cura, domande, incomunicabilità, leggere, pensieri, risveglio, voce | Nessun commento