domande stupide

Pubblicato il 14 maggio 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Confusione, tra baci e parole, come tamburellare la pelle per tirar fuori anche l’ultima nota di piacere, ma l’orchestra non ha finito c’è ancora in mente un esploso di dettagli. Che domande stupide, anelli di perturbazioni tra il sapere e il non voler ricordare, le labbra strette come una fessura per impedire all’anima di aprire gli occhi. Tanto a che serve guardare? La degenerazione maculare ha già rubato il senso dell’osservare, non c’è un valore preciso nell’attraversare il mondo, non fosse altro che in questo giorno m’abitano solo le ombre lunghe di ogni altro giorno. Mi prende la voglia di averci del tempo per cancellare le tracce dei dettagli che ho voluto dimenticare, il sapore del fuoco che non puoi conservare, ma in realtà è soltanto perché li ricordo tutti, tutti quanti i dettagli. Quando non ho detto no, quando non avevo paura di tornare ad osservare perché mi hanno innestato il sangue dentro le vene. Prendere la cervice dell’anima e tagliarla come un corpo estraneo da me. Urlare e consentire al demone gentile di ascoltare domande stupide, anelli di perturbazione tra il sapere e il non voler ricordare, le labbra strette ma solo perché hanno voglia di confusione, di tamburellare la pelle per tirar fuori anche l’ultima nota di piacere.
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il fuoco del mondo

Pubblicato il 10 maggio 2010 in poesia da hermansji

E tu che sogni, appisolata
alle sponde della memoria
ma non scorre via…
più veloce di questa lentezza,
la nostra superficie che si sfiora
come se di colpo
tutto il resto non fosse
così importante.
Camminarci dentro
alle nostre ombre,
che scivolano attorno,
di danze che sono
la lingua del tempo
il fuoco del mondo.
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dentro al sangue

Pubblicato il 7 maggio 2010 in prosa da hermansji

Non ho musica dentro al sangue dell’anima. Forse non ho nemmeno l’anima e vi scorre tutto in ammollo solo per andare poi a perdersi al fondo di percorsi così difficili che, quando voglio provare a risalire, non trovo mica la strada giusta. Ho smarrito il verso al ritroso di ogni mio peccato.
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ogni piega

Pubblicato il 6 maggio 2010 in prosa da hermansji

- primo -

E questa pazzia ha solo poca attesa, un disegno adulto ma così infantile, come il gesto colla forza di questo mio pensiero. Smuovo e mescolo ogni piega dentro di te per sollevare e condurre a me le tempeste che io voglio governare… lecco fino in fondo la tua anima, un’onda di brivido sulla tua schiena, un’onda dietro l’altra. Ma è solo grassa, grossa voglia come il sapore del vino quando vengo a rubarlo dalle tue labbra, solo che poi non mi stacco e comincio lentamente a risucchiare anche il tuo respiro, a ripiegare la tua anima nel labirinto d’un origami e non lasciarci più uscire. Così ascolto con fame di mille altre fami, ascolto le tue pulsazioni e le vengo a cercare come se avessero un nome per ciascuna e tu prendi la forma che voglio, perché sei nella trappola di queste catene invisibili, ti legano all’oscurità dei miei occhi. Ascolto il tuo respiro, ascolto il tuo indecente morire come se fosse solo una danza ed in ogni secondo vi lascio abitare gli incendi ma del più antico dei giorni. Cosa poi te ne farai di questa veste d’oscurità? Ho rivestito di calore il tuo godere ma per andare a passeggio sotto al fresco di questa notte, a passeggio per dove? Cosa te ne farai del piacere con cui ho ricucito quelle ferite che ti porti dentro? Le carezze che ti hanno fatto perdere la testa, le labbra che hanno scortecciato lentamente la durezza con cui proteggevi la tua femminilità. Andrà tutto via, al risveglio andrà tutto via, resteranno solo per poco quei segni sulla pelle a confermarti che non è stato un sogno. A me, invece, capiterà di pensarci ancora, di tornare a sentire il dolore delle cicatrici nascoste dalla pelle, come se fosse insostenibile il richiamo d’un vecchio amore che non ho mai messo da parte, comincerò a pensare che ho troppe cose sbagliate dentro, che non è giusto condividerle con nessuno. Questa è la vita e devo farmela pure bastare, come se sorseggiassi il mio ultimo bicchiere di vino.
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- secondo -

Così prendi a tamburellare colle dita il tempo che ti sfugge, le decisioni che vanno e tornano di fretta colla faccia dei rimpianti o di quelle grosse bugie sulla relatività di tutte le cose, così prendi a tamburellare colle dita anche se ti sembra solo di impazzire. Dici che un nome è importante avercelo incollato addosso perché viene più facile ricordarsi del punto preciso, quel nucleo familiare da cui si proviene, quell’affetto che giustifica tanti discorsi e tante altre cose da lasciare molli a dormire al fondo di qualche cassetto, forse un nome da anche il senso al fiato corto che hai quando ti sembra di aver ricevuto indietro qualcosa… qualcosa per te. Un nome è quella parola che provi a pronunciare, quando concentri i pensieri per rivestire il ricordo di quanti hai amato, forse nemmeno se ne erano accorti ma a te capita di tornare a pensarci, come se, quel groviglio di emozioni, avesse lasciato il segno tra le pagine del tuo diario, c’è il segno e basta poco perché quelle pagine si aprano proprio lì, così resti ad osservare il filo che avvolge il volo del tempo, strada ne hai fatta, strada ancora ci sarà, solo ti sei stancata. E poi vieni a cercare, calda e vogliosa come una gatta, a far finta di averci la luna al fondo degli occhi, a far finta che non ti importi di ricevere briciole di attenzione, ti fai bastare anche quel freddo piacere di uomini che non sanno amare, le dita che ti prendono per lasciarti scivolare dentro la coda d’una notte che non ha sonno sufficiente per dormire. Ma sai quante inutili bugie, che non è così semplice e se lasci accadere è solo perché in realtà vorresti solo provarci, ricevere in cambio del bene disinfettato e un po’ più forte, lo vorresti solo per te. Ma al risveglio resti sempre più sola, dentro al letto che non ha più neanche la forma di quel calore che si agitava dentro le lenzuola. Provi a non aprire gli occhi, a crederci che è solo un sogno e non è quello il giorno, non è quello il senso del mattino, ma il mondo ha lo stesso incedere di sempre e tu dovrai farci i conti ancora una volta. Allora un nome cos’è? Solo una banalità da pronunciare e niente di più, dentro non c’è quello che sei, non ci troveranno il sangue che annega come una nave ormai senza più meta. Un nome è solo una sequenza di lettere che ha perso la magia del suono che la lingua le ha donato, non c’è niente di più che la solitudine che ti cammina colla fretta del mattino.
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- terzo -

E i frantumi dei vetri come fiori a riflettere le ferite del mondo fuori, ma non è stato il retro gusto della frenata che m’ha svegliato o il sussurrare della doppia mandata messa ad interrompere il sangue infetto di cose che mordono, lacerano dentro alle inflessioni verbali di questa oscurità. No, è stata soltanto la ribattuta sull’asola della vita che mi hai messo addosso, tu divinità spenta e senza neanche più una goccia di sangue, prendi anche la rincorsa per condurci nella scia d’un volo fatto di bugie, ma così piccole da tornare bambino colla voglia ancora di innamorarmi dell’incedere improvviso anche del temporale. Così averci un’intera fioritura di pensieri e non sapere davvero cosa farne o in quale terriccio metterli a riposare, riposare almeno fino al crocicchio del domani, osservare ma senza capire il sorriso che ha l’alba quando ci viene incontro coll’indolenza di chi sa come andrà a finire.Poi sentirla suonare ancora come un vecchio pianoforte impazzito di note, sedersi e cominciare ad accarezzare colle dita la tastiera dell’anima per non lasciarla naufragare, come se volessi ancora attingere e bere quel suo vino ma fino infondo. Averci carboncino e sanguigna per disegnare, sporcarmi le dita e mettere in moto la follia di fotografare dettagli perché i miei occhi, giorno per giorno, son sempre più ciechi, potrei anche perdermi tutto l’incanto di questa vita che ha le sue ombre ma mica nascoste così bene.
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il collettivo voci #10

Pubblicato il 28 aprile 2010 in blog, prosa da hermansji

Un altro mio piccolo contributo al Collettivo Voci di Mitia. Questa volta, con Monique/Terremoto09 , leggo “Uno che non capisce (La Spezia, 1944)” di Chiagia da Schegge di Liberazione.

Link: Trovate il mio contributo QUI!!
MP3: Download
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ho perso, ho vinto

Pubblicato il 24 aprile 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Ho perso, ho vinto, come dentro ad ogni scatola dove ho riposto il complicato meccanismo chiamato sete di verità. Prova allora a chiedermi il senso di questa maturazione, la luce alla fine di ogni scelta che non si è uniformata ad un’altra scelta. Qui, prendi a piene mani, prendi e cuci questo sorriso che non vuole stare dove sta. Forse sarà la quiete prima dell’ansia di averci una battuta ma senza stile, una frase ma senza le guide dove incastrare i pensieri perché vengano divorati dall’ingranaggio delle paure. I giorni li ho chiusi come i libri, i giorni li ho traditi perché era così semplice senza dover riconoscere il tuo sguardo.
Ho perso, ho vinto, come dentro ad ogni scatola dove ho circoscritto tutto il resto, colle pretese di verità ma ancora piccole.
Prova allora a chiedermi il senso di questa mancanza di cose per cui ridere, la luce alla fine di questo corridoio è ancora spenta. Tu rimani o vai via? Ah già non era questa la domanda giusta… Prendi un altro colpo e orienta l’antenna, perché è andato in corto ma soltanto il tempo che rallenta questa esplosione. Dici che hai retto, che hai preso ed era solo per te, che conviene anche desistere, che ogni tua bugia ha dentro un’altra mezza verità ma mai di no. Oggi, disarcionato da questo risveglio, non m’importa più, ho messo nel caffè qualche zolla di tempo, troppo liquore di more e quel ruvido accarezzare la fiamma per farla divampare fino a fondere tutta la rabbia. Osservare sopra i tetti il cielo, collo sguardo grigio e umido come d’una stupida impressione, come il broncio che tengo alle domande che vorrei ma non riesco a fare, perché le risposte son sempre infiocchettate colle stesse circostanze. Dici che hai la pelle dura, che hai le chiavi per aprire l’altra metà di questo giorno, che il ciclo di dolore per te è già cessato ma mai di no. Allora sono io, ho dimenticato di leggere le avvertenze prima di riaprire questi occhi ormai ciechi, così da non riuscire nemmeno a sorridere e dimenticare quanti incastri ho già fallito, prima di far combaciare l’apparente quiete del giorno.
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silenzio

Pubblicato il 22 aprile 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Silenzio. E lo puoi sentire? Il silenzio di quest’ombra, come se andasse a passeggio per le scale della mente e portasse via, un pezzo dietro l’altro, quelle cose che non vanno in questo giorno, magari per farci abitare soltanto il calore che viene con gli occhi chiusi della notte. Ha un odore, un profumo di carnalità ma piena di sogni, una coperta in cui riuscire a dormire perché no, non c’è un luogo pronto come il sangue a inondare e ustionare sotto pelle, senza nessuna quiete, senza bugie perché oggi le voglio cancellare dalla mente anche per te. E sai, questo silenzio non fa più paura, è diventato anche dolce come la veglia della mia piccola e pallida luna, una compagnia con le labbra bagnate del sapore d’un vino scuro come l’ombra che volteggia sulle nostre idee ma non farà del male, ci sorriderà per sedurci di strade, di fioriture e di altre possibilità. Silenzio, come nell’attesa di prendere davvero fuoco e bruciare, bruciare come le stelle anche se le abbiamo dimenticate, persi com’eravamo a germogliare di sogni o restare poi bloccati dentro al labirinto delle nostre vite, del nostro lento morire senza neanche un perché. Ma quest’ombra sorride, non dice neanche una parola, continua ad andare leggera, come se avesse già visto tutte le pieghe del mondo e cosa ci abbiamo nascosto dentro, per paura di perderle un giorno, uno di quelli col fiato troppo corto e il cuore ostinato a marciare senza neanche un dove. Ed aver voglia d’aprire le braccia per sentire il vento contro, far finta di possedere anche oscure ali, innestate nella cervice dell’anima, sentirle vibrare lievemente percosse come l’organo d’una chiesa abbandonata, come la voce che mi trabocca dal cuore, come la profondità di questo silenzio. Sentire il richiamo di quel tuo dolore senza voce, vedere le ferite che ti fanno compagnia e reagire, con le ali feroci, per azzannare tutto questo vento contrario, condurti via con me dove è la veglia d’una notte calda e piena di calore, cercare della normalità ma senza il ricatto di questa zavorra di materialità. Poi, finalmente ascoltare questa frequenza, restare insieme ad osservare il tramonto e tenerlo per gioco tra le dita, finalmente percepire in noi la bellezza di questo silenzio con le parole ormai finite, come la sabbia dei nostri secchielli, come se ci fosse di colpo tutto il tempo e niente di più, per farci abitare soltanto il calore che viene con gli occhi chiusi della notte.
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della sirena e del cuore d’ossidiana

Pubblicato il 15 aprile 2010 in prosa da hermansji

Oggi me la prendo comoda, tanto è tutto sbagliato, ogni centimetro di quest’onda che ci assale, come se fosse la sensazione più bella e non mi viene da dire niente. Rifletto e, delle mille cose da dire, mille le ho già perse, filtrando colla ragione quel poco sangue che m’è rimasto a navigarmi nel cuore. E fuori è semplicemente buio, inutile aspettare perché anche questo nodo sarà una scusa da rinfacciarmi ed invece è il più banale dei modi che ha trovato questa perturbazione per bloccarmi le parole, peso in discesa che non si può condividere e neppure tentare di mischiare con un’altra anima. Poi vieni, quasi colla paura di far troppo rumore, t’avvicini per cercare del calore e metti all’angolo pure il broncio. T’avvicini così al mio respiro e finisci per condurre tutto a disordine, prendi i miei pensieri che s’erano impigliati dentro la rete della razionalità. Ma alla fine il nostro piacere si è dissolto col sapore d’un vino lento, siamo diventati come il riepilogo dei dettagli di questa stanza, dove cerco di rincorrere il cielo pigro e malato quando è giorno. Vorrei sfiorarti come la fredda tastiera d’un pianoforte e non dire niente per dire basta a tutto, anche al sole che quando c’è fa così male. Poi arriva quel buio intenso, comincio a respirare, ma tu non riesci a coprire la distanza nella quale s’è ripiegata la mia anima infettata di troppa luce, tu non puoi arrivare a comprendermi, non puoi percepire questa voce che m’urla dentro i pensieri, non puoi fermare la sirena che si muove dentro di me e chiama, sempre chiama a sé. Allora cresce la tua paura, che il nostro amore sia solo un fermaglio per tenere unite due anime ma per un banale sbaglio. Ti guardi intorno e cerchi di cambiare, di mutare fuori per mutare dentro. Siamo diventati di colpo cosa? Così, solo smarriti nella banalità del ritrovarci qui… solo io e te a farci l’abitudine ad aver addosso tutti i nostri pensieri sbagliati. Potremmo anche essere la risposta, quell’appendice d’un altrove, la porzione relativa del nostro tutto e del nostro niente, la mimetica che ci ha abituato ad esistere ma incomprensibilmente cercando di star bene anche solo mandando in esilio tutte le parole. E siamo in questa stanza che non ci appartiene più, siamo ora il divenire di questa piccola camera da letto, odori, sapori di noi, che ci portiamo dentro e che non ci appartengono più, tu che vai da sola nell’altra stanza e ti chiudi a piangere, ma non posso avvicinarmi a te… sfiorarti come la fredda tastiera d’un pianoforte e continuare a non dire niente, per trovare la forza e dire basta a tutto anche al sole che quando splende fa così male. Posso solo urlare da questo cuore d’ossidiana, posso solo cercare di coprire con la mia voce quella della sirena che chiama, sempre chiama a sé.
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disegni #1

Pubblicato il 14 aprile 2010 in blog, pensieri di carta, riflessioni da hermansji

Descrizione: Qualche volta io e le parole facciamo a botte, così racconto storie ma disegnando. E’ una cosa molto rara, ma capita. hermansji.ittiracconto.com

Description: Sometimes I hate the words, so I tell story but through drawings. It ‘s very rare but happens. hermansji.ittiracconto.com

Titolo: Ricordi (Memories) di hermansji.:.
ricordi (memories) - hermansji.:. by hermansji.

Titolo: Danza (Danze) di hermansji.:.
danza (dance) - hermansji.:. by hermansji.

Titolo: Piacere (pleasure) di hermansji.:.
piacere (pleasure) - hermansji.:. by hermansji.

Titolo: Gatta (cat) di hermansji.:.
gatta (cat) - hermansji.:. by hermansji.

Altri disegni su Flickr:
http://www.flickr.com/photos/39170118@N02/sets/72157623851554076/


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puoi vedermi ora?

Pubblicato il 11 aprile 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Puoi vedermi ora? Ho trovato posto per seppellire le parole, c’ho schiacciato il cuscino contro per sentirle soffocare e finalmente dire basta, non ascoltare più quel dolce piacere, smettere di provare quella forma di dipendenza e d’amore che nutrivo per loro. Luogo di scontro più che d’incontro, questa è sempre stata la goccia del me che mischiata al resto faceva inevitabilmente traboccare la corrente, il flusso e puntare la mitragliatrice mentale contro tutto e tutti. Puoi vedermi ora? Vuoi prendere la mia eredità? Hai voglia di mischiarla con te? Tu non sai quello di cui sto parlando, non hai idea di quante porte chiuse ci sono e perché, in riva al mare, ho buttato la chiave. Mi mostri la tua fede e dici che a te ha fatto bene, ti mostro la mia, il crocefisso che porto al polso sinistro e le ustioni che hanno lasciato i giudizi di quelli come te. Tu non sai cosa mi sta cambiando dentro, cosa sta crescendo, quale fiore velenoso ho dovuto inghiottire. Prendi questa eredità è l’unica cosa che resterà quando avrò dato fuoco a tutte le parole.
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