- primo -
E questa pazzia ha solo poca attesa, un disegno adulto ma così infantile, come il gesto colla forza di questo mio pensiero. Smuovo e mescolo ogni piega dentro di te per sollevare e condurre a me le tempeste che io voglio governare… lecco fino in fondo la tua anima, un’onda di brivido sulla tua schiena, un’onda dietro l’altra. Ma è solo grassa, grossa voglia come il sapore del vino quando vengo a rubarlo dalle tue labbra, solo che poi non mi stacco e comincio lentamente a risucchiare anche il tuo respiro, a ripiegare la tua anima nel labirinto d’un origami e non lasciarci più uscire. Così ascolto con fame di mille altre fami, ascolto le tue pulsazioni e le vengo a cercare come se avessero un nome per ciascuna e tu prendi la forma che voglio, perché sei nella trappola di queste catene invisibili, ti legano all’oscurità dei miei occhi. Ascolto il tuo respiro, ascolto il tuo indecente morire come se fosse solo una danza ed in ogni secondo vi lascio abitare gli incendi ma del più antico dei giorni. Cosa poi te ne farai di questa veste d’oscurità? Ho rivestito di calore il tuo godere ma per andare a passeggio sotto al fresco di questa notte, a passeggio per dove? Cosa te ne farai del piacere con cui ho ricucito quelle ferite che ti porti dentro? Le carezze che ti hanno fatto perdere la testa, le labbra che hanno scortecciato lentamente la durezza con cui proteggevi la tua femminilità. Andrà tutto via, al risveglio andrà tutto via, resteranno solo per poco quei segni sulla pelle a confermarti che non è stato un sogno. A me, invece, capiterà di pensarci ancora, di tornare a sentire il dolore delle cicatrici nascoste dalla pelle, come se fosse insostenibile il richiamo d’un vecchio amore che non ho mai messo da parte, comincerò a pensare che ho troppe cose sbagliate dentro, che non è giusto condividerle con nessuno. Questa è la vita e devo farmela pure bastare, come se sorseggiassi il mio ultimo bicchiere di vino.
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- secondo -
Così prendi a tamburellare colle dita il tempo che ti sfugge, le decisioni che vanno e tornano di fretta colla faccia dei rimpianti o di quelle grosse bugie sulla relatività di tutte le cose, così prendi a tamburellare colle dita anche se ti sembra solo di impazzire. Dici che un nome è importante avercelo incollato addosso perché viene più facile ricordarsi del punto preciso, quel nucleo familiare da cui si proviene, quell’affetto che giustifica tanti discorsi e tante altre cose da lasciare molli a dormire al fondo di qualche cassetto, forse un nome da anche il senso al fiato corto che hai quando ti sembra di aver ricevuto indietro qualcosa… qualcosa per te. Un nome è quella parola che provi a pronunciare, quando concentri i pensieri per rivestire il ricordo di quanti hai amato, forse nemmeno se ne erano accorti ma a te capita di tornare a pensarci, come se, quel groviglio di emozioni, avesse lasciato il segno tra le pagine del tuo diario, c’è il segno e basta poco perché quelle pagine si aprano proprio lì, così resti ad osservare il filo che avvolge il volo del tempo, strada ne hai fatta, strada ancora ci sarà, solo ti sei stancata. E poi vieni a cercare, calda e vogliosa come una gatta, a far finta di averci la luna al fondo degli occhi, a far finta che non ti importi di ricevere briciole di attenzione, ti fai bastare anche quel freddo piacere di uomini che non sanno amare, le dita che ti prendono per lasciarti scivolare dentro la coda d’una notte che non ha sonno sufficiente per dormire. Ma sai quante inutili bugie, che non è così semplice e se lasci accadere è solo perché in realtà vorresti solo provarci, ricevere in cambio del bene disinfettato e un po’ più forte, lo vorresti solo per te. Ma al risveglio resti sempre più sola, dentro al letto che non ha più neanche la forma di quel calore che si agitava dentro le lenzuola. Provi a non aprire gli occhi, a crederci che è solo un sogno e non è quello il giorno, non è quello il senso del mattino, ma il mondo ha lo stesso incedere di sempre e tu dovrai farci i conti ancora una volta. Allora un nome cos’è? Solo una banalità da pronunciare e niente di più, dentro non c’è quello che sei, non ci troveranno il sangue che annega come una nave ormai senza più meta. Un nome è solo una sequenza di lettere che ha perso la magia del suono che la lingua le ha donato, non c’è niente di più che la solitudine che ti cammina colla fretta del mattino.
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- terzo -
E i frantumi dei vetri come fiori a riflettere le ferite del mondo fuori, ma non è stato il retro gusto della frenata che m’ha svegliato o il sussurrare della doppia mandata messa ad interrompere il sangue infetto di cose che mordono, lacerano dentro alle inflessioni verbali di questa oscurità. No, è stata soltanto la ribattuta sull’asola della vita che mi hai messo addosso, tu divinità spenta e senza neanche più una goccia di sangue, prendi anche la rincorsa per condurci nella scia d’un volo fatto di bugie, ma così piccole da tornare bambino colla voglia ancora di innamorarmi dell’incedere improvviso anche del temporale. Così averci un’intera fioritura di pensieri e non sapere davvero cosa farne o in quale terriccio metterli a riposare, riposare almeno fino al crocicchio del domani, osservare ma senza capire il sorriso che ha l’alba quando ci viene incontro coll’indolenza di chi sa come andrà a finire.Poi sentirla suonare ancora come un vecchio pianoforte impazzito di note, sedersi e cominciare ad accarezzare colle dita la tastiera dell’anima per non lasciarla naufragare, come se volessi ancora attingere e bere quel suo vino ma fino infondo. Averci carboncino e sanguigna per disegnare, sporcarmi le dita e mettere in moto la follia di fotografare dettagli perché i miei occhi, giorno per giorno, son sempre più ciechi, potrei anche perdermi tutto l’incanto di questa vita che ha le sue ombre ma mica nascoste così bene.
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