
edith
Affacciata dal parapetto osserva le colline dei borghi abruzzesi svanire con l’avanzare del pomeriggio al ritmo del temporale annunciato. I suoi occhi soppesano le grosse nuvole scure all’orizzonte per concentrarsi sulla nebbia che ha preso il posto del mare. Il vento le tiene le guance con dita fredde mentre i capelli si muovono come i pensieri. Sotto i corvi cercano di intrufolarsi nei fori della muraglia per ripararsi, appena in prossimità, una corrente li allontana e costretti, poco dopo, tornano con più insistenza. La mattina passata a fare visita al paese anche se, ad essere sinceri, sarebbe dovuta rimanere al Convegno, non fosse altro perché aveva contribuito all’organizzazione. Si era, però, schifata del retro gusto troppo umano dei suoi colleghi. Così li ha mollati a prendersi il merito, per quel che possano valere le lodi sbadiglianti di chi è già proiettato al momento del pranzo. Presa l’occasione per il collo è sgattaiolata via, a metà del convegno, con un nervoso addosso che se non fosse stato per i pettini d’avorio, i capelli sarebbero rimasti ritti. Alla stazione di Pescara, con il biglietto blu tra le dita, prima di partire si è ripetuta la scusa – vado giusto per vedere se è cambiato – o almeno se l’è ripetuta buona per parecchio. Poi, salita sul mezzo che l’avrebbe tradotta fin lassù, si è azzerato tutto il nervoso ed il suo sguardo, incollato al finestrino, è stato rapito dai ricordi. Presa non si è accorta degli altri viaggiatori o delle chiacchiere in dialetto. Tante congetture eppure il paese è sempre uguale, proprio come se lo ricordava e la memoria ha preso a camminare anche troppo indietro rispetto al posizionamento delle lancette del tempo. Tra le bancarelle del mercato del lunedì, si è sentita come un fiore e tutto dell’infanzia è riaffiorato sotto pelle. Attraversato il paese in lungo e in largo, si è, alla fine, affacciata per godersi quel meraviglioso paesaggio scivolare tra rigogliose campagne fin dentro al mare. Seduta sul parapetto, a prendersi il vento contro e senza paura di cadere, sta con il suo pensiero a guardare il temporale arrivare, le colline spuntare dalla nebbia, i corvi che non hanno pace. Ma un pensiero poi di cosa? Le solite stupidaggini sul senso della vita o sul ritardare della morte. Pensiero stupido che aveva formulato ai tempi dell’università quando arrivò all’improvviso la notizia del tumore della madre. All’inizio, il suo cervello aveva preso una lunga rincorsa prima di elaborare compiutamente il nuovo senso di quasi lutto. Ma c’era altro già sentito, strisciante e nascosto da sempre. Erano tornati i giorni in cui non riusciva ad afferrare il pianto degli altri e, quando si trovava sola, ne avanzava qualche goccia. Le moriva tutto dentro come l’abbraccio di un guardiano di paura. Nell’aria anche un senso di non ancora esploso, un già sentito che assomigliava a quel farfugliare confuso degli adulti alle sue orecchie di bambina. Provavano a spiegarle che avrebbe perso sua madre inventandosi la storia di un viaggio, peccato fosse lontano e senza ritorno. Ma la verità è sempre più semplice. I medici, esseri umani come altri, avevano interpretato male i sintomi e si erano accorti tardi dell’infezione, così l’operazione era solo un tentativo niente di più… servivano grosse e grasse speranze. Gli adulti che non fanno altro che parlare e parlare poi non riescono a dire due cose ad una bambina? Ma come si fa a spiegare la malattia? Quella che da piccola aveva conosciuto era la febbre che le faceva fare sogni strani, cantare a squarcia gola o dire cose senza senso. La malattia aveva voglia di mangiare quintali di pesche anche a costo di starci male essendone allergica. Almeno lo zio Paolo, a suo modo, ci ha sempre provato a farle da padre e risparmiarle quel senso di abbandono che hanno i figli d’improvviso. In quei giorni Paolo aveva sperimentato una comunicazione alternativa, il silenzio e sembrava funzionare, mentre la teneva sulle ginocchia e la stringeva forte. Forse è da quel giorno che Edith aveva cominciato a prendere l’abitudine di scrivere storie, convinta che la vita si svolgesse tutta dentro allo spazio dei silenzi. E Paolo non era mai stato un granché a nascondere le sue preoccupazioni, gli avresti letto un qualunque segreto mettendo solo i punti sulle espressioni struggenti del suo volto. Bhé, da allora, il guardiano di paura non è più andato via. La malattia è tornata a divorare il corpo di sua madre un pezzo per volta e l’ultima si è portata via tutto quello che può essere considerato vita. Così, seduta sul parapetto, Edith sta semplicemente piangendo, stupidamente piangendo, come una matta, in compagnia della pioggia. Erano tanti anni che aspettava di liberarsi da quello che era avanzato e non le importa di cadere perché è già caduta. Non le importa di rinunciare a tutto perché ha già perso tutto. Quanto pianto accumulato? Forse da quando si è accorta di essere rimasta davvero sola e che quella solitudine non è di nessuna importanza almeno per gli altri, anche se per capirlo ci ha messo tanto tempo. Come quel giorno che non riusciva a svegliarsi ed alla fine aveva fatto tardi per andare a prendere sua madre, di nuovo all’ospedale sfinita dall’ennesima operazione. Un altro pezzo di chi l’aveva messa al mondo tagliato via. Quante volte aveva trattenuto le lacrime? E quando usciva a far svagare il cane, prendeva a camminare in posti isolati solo per trovare il coraggio di piangere a modo suo senza essere vista. Ma non ci era mai riuscita perché ha tanta paura, rientrando a casa, poco prima di girare la chiave nella toppa, ha sempre fatto un lungo respiro temendo di vedere il mostro invisibile della malattia divorare un pezzo per volta tutto. E forse è ora di vederlo perché non riesce più a vivere con quel fantasma accanto. Ma questo pensiero l’ha devastata. Il male che divora la persona che ami divora anche te, semplicemente così. Ora sì, può piangere e finalmente piange assieme al temporale, anche se gli altri la vedono… ma va bene lo stesso: – Oggi? Oggi di mia madre è rimasto solo un corpo, la malattia invece è ancora tra noi. Ha cambiato nome ma è sempre lei ed a combatterla tutti i giorni ci siamo io e Paolo. Peccato solo che ha divorato anche pezzetti di noi in tutti questi anni. –
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Autore: hermansji.:. - Resta aggiornato, iscriviti gratis
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