del criticare gli altri

Pubblicato il 21 febbraio 2010 in blog, riflessioni da hermansji

Interferenze della portante che m’asconde e, poi, riprende ad emettere il suo segnale ma quando sottintende il vuoto, contro cui impatta dolente l’approssimarsi, del tuo stupido giudizio “tecnico” sulla mia mente. Ma davvero vuoi mangiare delle mie parole? O accendere roghi di carta coi raggi del sole? Magari vorresti pure nutrire di te la mia collera arrogante? Oppure solo crescere e correggere quella che è solo una mia attitudine a divellere? No, non hai capito niente… appallottola il tuo giudizio e prendi un grande respiro, non c’è niente da leggere o di cui parlare in questo blog.
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verificare se l’url dell’anima contenga errori di battitura

Pubblicato il 20 febbraio 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Consustanziale al sapore che ha il dormire quando ci affoghi dentro inconsapevolmente, con occhi di vetro senza saper osservare perché sei trasparente ma anche inutilmente. Cibo delle scuse più semplici, coperta delle preghiere più sterili, pianto di poi che non c’era nemmeno la porta chiusa contro cui sbattere. Attraente quanto la materia che ha corrotto a sufficienza la voglia lunare, bolle sopra la crosta di questa morale ipocrita.  Per questo scrivere ma solo per mentire alle parole, alle conseguenze, alle strade oppresse dal traffico immobile di gente stanca di ascoltare. Il futuro, convalescente e stanco di ogni incertezza, bussa alle porte e non rispondo perché non voglio comprare più niente per me. Dormire in questo eterno errore del caricamento della pagina dove ho gettato cose, dove non trovo più quello che ho lasciato incustodito la vita prima.

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forse le parole ci osservano

Pubblicato il 19 febbraio 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

(dedicato a J.)

Quando la tensione di parole arriva a mordere improvvisa, se penso a te e provo a riascoltare nella mente la tua voce le dita descrivono un fiore di carta che ho piegato senza nemmeno accorgermene. Forse vorrei riuscire a dirti che non c’è solo oscurità dentro me.

Trovare la maniera per condividere la mia anima con la tua, vedere se c’è un posto al riparo della troppa luce del giorno perché possa mettere radici e continuare a germogliare con te. Forse arrivare anche al punto di farti piangere ma non di dolore, soltanto perché è cresciuta inattesa un’emozione.

Poi, capita che prendo tra le dita il silenzio per farmi raccontare dove vanno a finire le parole quando non riescono a trasportare le cose che vorrei dire. Perché si infilano maldestre sotto l’uscio di una frase sbagliata e continuano a bussare per farsi aprire da te?

Ma poi rinuncio a tutto, smetto di pensare e di scriverci attorno. Ho un groviglio intricato addosso, una sovrastruttura di proiezioni altrui che anche se non raccontano davvero di me, anche se dentro quel groviglio non sto bene, purtroppo lì non devo più rendere conto ed è come avere un frammento di libertà da portarmi in tasca.

E cessa anche quel lento bussare, si trasforma solo nella preghiera di non aprire a me le tue porte. Perché hai ragione tu,
affiorano troppo in superficie le acque di questa oscurità dell’anima. Perché hai ragione tu…

Eppure le parole magari hanno un posto tutto loro, una casa che sembra così familiare anche se non c’hai messo ancora piede. Forse le parole ci osservano al di là delle paure che ci “lucchettano” il cuore e riescono a tornare a parlare di noi quando non volevamo più soffrirne ancora.

Così anche il silenzio possiede una sua ragione, far scendere questa febbre che avvolge le cose che non riusciamo a dire. Accetta in dono questa mia visione. Immagina di alzarti con tanta confusione, di non avere la forza di affrontare il giorno. Ed ora prova a tenere gli occhi chiusi, immagina che sto armeggiando in cucina per portarti una camomilla. Resta così. Persa in ogni singolo rumore. Ora apri gli occhi, guardami non ci sono nuvole all’orizzonte, solo una tazza di camomilla, un caldo mattino e del silenzio. Tutto qui.

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è il tempo che ci ha abbandonato?

Pubblicato il 16 febbraio 2010 in prosa, riflessioni, www.hermansji.it da hermansji

Ora non c’è il tempo e non è detto che ne sia mai avanzato a sufficienza, nemmeno un frammento per scivolare dalle bugie di quattro mezze parole. Le ho viste raggomitolarsi dentro al rovescio d’un discorso anche troppo banale, forse perché nato tra i rimasugli dell’amore goduto senza pensarci troppo.

Così, nel silenzio del mattino, anche la scarsa voglia di dar forma a questo letto si trasforma nel sacrificio dei nostri corpi abbracciati che hanno condiviso tra loro troppe cose, il piacere come il pianto. E la città prende il risveglio tra le sue dita e lo soffia via, ma quel volo è troppo breve per scuoterci davvero.

E ci sembra di restare come un corpo solo, sospeso tra le orme d’un tempo che non c’è più. E’ entrata in scena una complicazione fatta di briciole di parole, ha messo a nudo anche le nostre anime e ci sentiamo dentro la forma abusata delle nostre inquietudini. Così ci osserviamo negli occhi come se riuscissimo a capirci per davvero, le nostre mani si sfiorano e parlano per noi.

E’ il tempo che ci ha abbandonato? Forse lo abbiamo semplicemente lasciato andar via senza nemmeno provare ad opporci. Abbiamo sentito quella porta sbattere con violenza e ci siamo abbracciati più forte, mentre risuonava l’eco dei suoi passi di fretta per le scale… nessun addio.

Peso specifico le avranno mai queste nostre sensazioni? La forza necessaria per fondersi attraverso noi in qualcosa di davvero importante? Lasciare un segno preciso in tutto questo flusso di vita che non riesco a comprendere? Mi guardi in silenzio, forse perché non c’è nessuna risposta che valga più dei nostri occhi.

Abbiamo litigato così tanto per giungere al capolinea ed ora non abbiamo nessuna voglia di scendere a vedere che aspetto abbia la stazione, magari a prendere il nostro cappuccino e continuare a parlare come si faceva un tempo, parlare anche di niente solo per stare insieme qualche altra scusa in più.

Poi chiudo gli occhi, ti stringo a me e mi nutro un po’ del tuo calore. M’immergo nel tuo respiro, cerco di dimenticare e di farmi così sottile magari per svanire dentro i tuoi pensieri. Sterilizzare o almeno governare questa nera marea che soffoco dentro, dimenticare la voce di chi urlava e malediceva anche le mie origini. Annegare questa negatività fino a sognare di fondermi con te in una carne sola.

Ma ora non c’è più il tempo e tu non hai lacrime da piangere, nemmeno una preghiera per far rimarginare le nostre ferite. Possiedi solo l’incomunicabilità di questo nostro silenzio che pure riesce a tenerci abbracciati senza far troppo male.
Così costruisco un esicasmo sulla tua pelle, prego ma a modo mio. Scavo la tua anima con la mia lingua infetta e trasformo a poco a poco il tuo piacere in un giardino chiuso agli occhi del mondo. Prendo ancora il tuo amore e lo prendo per me, come se avessi chiuso tutte le porte dell’anima per non farti più uscire via dal mio sentirti.

E forse il nostro treno riparte, almeno per quest’ultima lentissima volta. Attraversiamo la giornotte osservando l’evoluzione che ci trasciniamo nel sangue scorrere febbrile sui binari del nostro strano viaggio. Ho messo via le paure e le troppe sconfitte, ho riposto i buoni propositi ma per indossarli quando ne avrò bisogno. Ti tengo caldo il cuore e tu non ti stacchi da me, vuoi ancora sentirci uniti in una pelle sola.

Ma arriverà, ci raggiungerà il dolore anche qui… in questa nostra semplicità. Ed avrà la voce che non vorresti sentire da me, avrà la voce che non vorrei mai sentire da te, con le parole sbagliate ma purtroppo al momento giusto. Arriverà e non sapremo riconoscere i sintomi, non riusciremo a difendere quello che siamo.
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ho una caravella

Pubblicato il 5 febbraio 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Ho una caravella tra le dita ed affonda, affonda con l’onda oscura che è in me. Ho una caravella tra le dita che morde gli abissi, si inabissa lentamente assieme a me. Ho una caravella tra le dita che sfiora acque profonde, sfiora ed annega incontro al riverbero delle mie domande ma senza neanche un perché.
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un altro passo dentro me

Pubblicato il 4 febbraio 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Prendo e getto via pensieri affilati che non mi assomigliano più. Qualche volta rubo al tempo intervalli leggeri ma per restare nel più assoluto silenzio. E il cuore parla da solo come un amplificatore rotto. Non lo voglio stare a sentire per questo schiaccio la fronte contro il vetro dei miei vorrei, schiaccio me contro ogni nostalgia. Non è mai bastata la cura giusta semplicemente perché non c’è mai stata una reale malattia, nemmeno un sintomo. Giorni con del pianto che ho cercato all’improvviso senza saperlo piangere, giorni con l’odio scaturito all’improvviso anche contro la mia umanità. E tu che osservi senza capire, avvicinati al bordo di questi pensieri, vieni ad occhi chiusi in queste stanze che tengo sempre chiuse. Ascolta la mia stupida voce che ti guiderà. Cammina attraverso il mio labirinto di buoni propositi, sfiora le volte che ho detto no ma era un’altra risposta sbagliata. Vieni un altro passo dentro me e troverai una debole luce, appena sufficiente, per non inciampare in tutte queste rovine, di cui è piena la mia anima. Forse le tue certezze non serviranno a vincere le paure, la sensazione di essere fuori luogo anche qui, in questo giardino che ho lasciato morire a sé. Ma ti lascerò guardare il fondo di queste perturbazioni che m’affiorano in superficie.
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cosa vedi?

Pubblicato il 28 gennaio 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Cosa vedi? Perché anche se io dico – vedo – son quasi sicuro che tu non lo vedi… che non vedi quello che vedo io. Ed è per questo che voglio inghiottire stelle cadenti ma fino ad intossicarmi. Solo che puoi aggiungere zucchero ma se hai l’amaro dentro tutto sarà amaro, anche quei germogli di pensieri che ti sembrano aver preso la forma o almeno la piega dell’affetto. Poi ponderare i passi. Uno dietro l’altro, così ancora ed ancora verso un posto, ma un posto impreciso che pure deve esserci. Un luogo dove sembri tutto logico, dove poter lasciare alla porta quel caderci dentro alle cose che ti accadono giorno per giorno. Ma è come scivolare fin dentro le vesti d’una nebbia densa di contraddizioni e non riuscire a trovare da solo la via d’uscita. Rassomigliare ad un timpano che qualcuno proverà a suonare, forse senza un perché… Come se crescesse un urlo dentro, un urlo che sai di poter urlare e d’aver fiato a sufficienza per far cadere tutte le stelle. Inghiottirle e spegnere finalmente questo stupido tendone di scena chiamato cielo. Tu allora che cosa vedi attraverso questo buio?
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del caffè

Pubblicato il 27 gennaio 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Che poi mi chiedo “perché mi sveglio e non lascio i pensieri a scorticarsi tra loro dentro al letto?” Ed ho pure il coraggio di rispondere a questa sciocchezza, di rispondermi in modo ancora più stupido “ah già… non si può” . Guardo l’orologio e sono irrimediabilmente solo le cinque, precise e nette come il display che minaccia di far ripartire la sveglia, se non mi decido a respirare l’incedere invadente del quotidiano. E mi viene un’altra domanda, stupida allo stesso modo, “sarà freddo a sufficienza là fuori?”. Così mi sveglio con la sensazione che la febbre non sia solo un semplice malessere. Farà i bagagli e pace, ci siam detti già tutto senza nemmeno farci male a sufficienza per sentirci amati. No, la febbre è come la scusa di qualcosa che sta più in profondità, della lava che mi porto dentro. Allora, se là fuori il mondo sarà freddo a sufficienza, forse si estinguerà. Ma non è così. Non si estinguono i pensieri, non c’è un antidoto che funzioni. Preso all’improvviso il mondo, tondo ed infetto di contraddizioni, goduto e portato all’esasperazione più nera dalla follia di questa scimmia chiamata uomo, no… il mondo ha solo una fottutissima paura. Ed alla fine ci rivolta come un qualsiasi calzino. Ci illude di non essere nemmeno stronzo a sufficienza, che tutto può ancora cambiare. Finiamo per convincerci che, se anche nessuno riuscirà mai a rompere i suoi ingranaggi, sarà pur sempre possibile mettergli un bastone tra i raggi per farlo sbandare… o sostituirne i pezzi difettosi e che questo alla lunga porterà ad una consapevolezza ulteriore.Ci torna il sorriso e prendiamo, allunghiamo le mani e prendiamo quello che ci offre, perché nelle tasche del mondo c’è tanto e del troppo noi abbiamo bisogno… poi, accartoccio i pensieri e faccio un aeroplanino di carta. Mentre lo vedo andare ignaro a sfracellarsi contro una pozzanghera rifletto che c’è più di un buon motivo per cui non mi va di prendere il caffè la mattina, in parte, per i pensieri che faccio dopo.
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macchie scure

Pubblicato il 25 gennaio 2010 in prosa, riflessioni, www.hermansji.it da hermansji

Ma tu che mi leggi a fare? Dentro questo labirinto di scrittura non puoi trovare altro che frammenti di direzioni. Prova ad alzare il volume dei pensieri. Senti il rumore di queste parole? C’è solo dell’interferenza, è il tuo cuore a contatto con la materia grezza di cui è fatto un mondo così sbagliato. Tu che mi leggi hai scoperto quanto può deluderti l’uomo che è in me? Non sono io ma tu che osservi, sei tu a mettere ordine ed attribuire valore al disordine che mi lascio dietro. Sei tu che vedi il buono e non i frammenti di taglienti sciocchezze che getto via. Perché non mi lasci morire nel confine tratteggiato di questo silenzio? Perché non hai il coraggio di riprendere quello che t’appartiene? Vieni più vicino. Vieni ed ascolta la mia nuda voce. Ascoltala per davvero, senti il picco del rumore di fondo che è in me. No, non è semplicemente questo il punto. Smettila di mentire, smettila di attribuirmi il valore che non ho. Smettila di fare la vittima. Gli uomini non hanno niente dentro ed io non sono diverso da nessun altro, io sono tutto ciò che tu hai già incontrato. Nella mia anima c’è solo l’abisso che trascina dentro le navi che non hanno cambiato rotta quando era il loro momento. Puoi chiamarla incomunicabilità ma sarebbe solo un’altra delle coperte dove nascondere la verità… i pensieri non hanno volto, nemmeno la sostanza della carne ed il calore del sangue.
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Sufism and Jihad in Modern Senegal – The Murid Order, Glover

Pubblicato il 25 gennaio 2010 in blog, riflessioni da hermansji
sufism  Sufism and Jihad in Modern Senegal   The Murid Order, GloverNel volume Sufism and Jihad in Modern Senegal (ISBN: 9781580462686), il Professor Glover offre un interessante spaccato della storia del Senegal dal periodo pre-coloniale, all’amministrazione francese fino al raggiungimento di una maturità nazionale.

L’attenzione dello studioso è, principalmente, focalizzata ad individuare i modi in cui si siano sedimentate tra loro le influenze date dall’islam, dalle dottrine del sufismo, dai moti di jihad armata in rivolta contro lo strapotere delle autorità coloniali e contro quella visione distruttiva della conquista propria dell’Europa.

Elementi, questi, che hanno costituito, via via, i principali punti di forza per l’espansione della Murīdiyya non soltanto perché principale ordine sufi del Senegal ma anche per la capacità di farsi gruppo promotore e facilitatore di un vero è proprio processo di transizione verso lo stato “moderno”.

Lo stesso autore conia l’espressione “an indigenous form of modernity” per definire il ruolo attivo dell’ordine Murid del Senegal nella costituzione di un’ identità e nel farsi portavoce di una ideologia di riforma e rinascita della storia nazionale.
Glover chiarisce anche come il concetto di “modernità”, applicato alle culture non occidentali, soffra di una sorta di offuscamento e ideologizzazione persino tra gli studiosi, per cui vi è una tendenza a voler per forza leggere la cultura islamica solo attraverso i tratti negativi.

Volendo approcciare l’islam in maniera più “aperta”, è doveroso “correggere” la visione orientalista secondo cui il mondo islamico è stato da sempre refrattario alle innovazioni non partecipando a quella che consideriamo l’età moderna.

All’opposto, secondo Glover, l’esperienza del Senegal dimostrerebbe come l’ordine Murid abbia favorito proprio il cambiamento economico, sociale ed anche il quadro politico nazionale tanto che l’islam, attraverso il sufismo, ha fatto da collante per le radici di un’ intera collettività e da fattore di emancipazione dall’oppressione dell’epoca coloniale.
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