puoi vedermi ora?

Pubblicato il 11 aprile 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Puoi vedermi ora? Ho trovato posto per seppellire le parole, c’ho schiacciato il cuscino contro per sentirle soffocare e finalmente dire basta, non ascoltare più quel dolce piacere, smettere di provare quella forma di dipendenza e d’amore che nutrivo per loro. Luogo di scontro più che d’incontro, questa è sempre stata la goccia del me che mischiata al resto faceva inevitabilmente traboccare la corrente, il flusso e puntare la mitragliatrice mentale contro tutto e tutti. Puoi vedermi ora? Vuoi prendere la mia eredità? Hai voglia di mischiarla con te? Tu non sai quello di cui sto parlando, non hai idea di quante porte chiuse ci sono e perché, in riva al mare, ho buttato la chiave. Mi mostri la tua fede e dici che a te ha fatto bene, ti mostro la mia, il crocefisso che porto al polso sinistro e le ustioni che hanno lasciato i giudizi di quelli come te. Tu non sai cosa mi sta cambiando dentro, cosa sta crescendo, quale fiore velenoso ho dovuto inghiottire. Prendi questa eredità è l’unica cosa che resterà quando avrò dato fuoco a tutte le parole.
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cieca arroganza

Pubblicato il 9 aprile 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Crescono, bruciano nell’inerzia fiori d’irresponsabilità. Come guardare, dal finestrino d’un treno sempre in movimento, i disagi e le situazioni scomode tanto non ci toccheranno mai colle loro dita.
E decidiamo noi quando è l’ora di scendere alla stazione, con i nostri cestini avvelenati, pieni di parole fumanti e contorni di altre parole, da regalare a tutte quelle vite che non c’è davvero un motivo per lasciarle ancora respirare.
Crescono, bruciano nella media mediocrità fiori di guerra. Il cuore incollato al petto e pieno sì ma di indecisioni, è meglio lasciarle affrontare agli altri. Dedichiamo il resto del viaggio a giustificare le nostre necessità nella scrittura di culture morte e sepolte da tempo come le loro divinità.
E poi come ci annoiano gli altri viaggiatori, si mettono sempre in mezzo, vorrebbero scendere. Ma no, lasciate fare fermeremo tutti alla prossima stazione. La prossima sarà quella giusta, non ci sarà tutta quella umanità e quella disperazione, la prossima, la prossima è la nostra destinazione.
Ma c’è sempre modo d’usare la violenza contro questi stupidi contestatori. Alle volte, la violenza non basta e, per non sentirli più urlare di fermare il treno, tocca disfarsi dei passeggeri più scomodi. Nessuno che vuol capire come questo treno debba sempre viaggiare.
Ma c’è sempre modo d’usare la violenza contro questi stupidi contestatori. Alle volte, la violenza non basta e, per non sentirli più urlare di fermare il treno, tocca disfarsi dei passeggeri più scomodi. Nessuno che vuol capire l’unica regola del treno… la prossima stazione, la prossima è sempre la nostra destinazione.
E Il treno no, non si fermerà nemmeno quest’altra volta. Avremo ancora il tempo di affrontare le contraddizioni, le nostre letture di fretta, i giornali che più scavano e meno trovano, questa situazione europea che non ci spaventa, perché tanto noi siamo il piccolo treno italiano, noi continuiamo ad osservare il paesaggio e aspettare la prossima destinazione.
Siamo gli occhi che pure osservano, le teste che s’alzano per indossare maschere comode pur d’aver ragione in ogni occasione. Noi. Noi. Noi, guardiamoci davvero noi… non siamo quello che siamo, non andiamo dove andiamo perché disegniamo i percorsi che vogliamo, colla presunzione di non dover rendere conto a nessuno delle svolte improvvise. Noi siamo il treno che viaggia verso la sua destinazione.
Scenderemo tutti alla prossima stazione. La prossima sarà quella giusta, non ci sarà tutta quella umanità e quella disperazione, la prossima, la prossima è la nostra destinazione.
Poi arriverà anche la consunzione ed il treno italiano affonderà sui binari. Resteremo solo passeggeri senza via d’uscita. E tutta quell’umanità là fuori, tutto ciò che odiavamo sarà l’unica cosa a non essersi corrotta, l’unica forma di vita a sopravviverci senza mai essere scesa a compromessi con la nostra cieca arroganza.
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sono io il tuo dio

Pubblicato il 5 aprile 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Ok. Adesso riproviamo. Scriviamo le cose belle, quelle che fanno anche del bene. Dai, cosa ci vorrà mai a mettere in fila le parole che piace leggere? Basta solo abbassare il volume, attenuare le fibrillazioni ed evitare le vibrazioni mentre la puntina del tuo cervello ascolta e porta via, uno strato dietro l’altro, i solchi neri di questo flusso di parole. Dai. Riproviamo insieme ad essere semplici perché non serve molto, basta soffiare sul fuoco della normalità. Non devi per forza usare quel tuo scontroso archetto per accarezzare le righe di carta. Carta, carta, è solo carta capito? Dammi retta, anche tu puoi farcela! Puoi diventare finalmente parte del teatro artificiale… di quella élite che veste di scrittura stretta e banale. Anche tu potrai mettere piede dentro all’incantevole paradiso fatto di scrittori che non hanno niente da dire. Vedrai, vedrai come ti sentirai meglio a sfiorare colle dita quelle porte e ti sarà finalmente aperto. Ma pensa solo al tuo obiettivo e non farti distrarre. Metti all’angolo il tuo stupido ego. Ascolta me. Guardami negli occhi. Devi fare come dico. Ho costruito talenti d’arroganza mica da ridere, gente che non guarda più dove mette i piedi da così tanto tempo. Ascolta solo me. Sono ora il tuo dio e, piegandoti a me, diverrai finalmente qualcuno. Dai. Datti una ripulita. Smetti questa noiosa oscurità che ti porti sempre dietro. Allungati il sangue della droga che ti darò. Portati a letto la poesia da quattro soldi. Vedrai, vedrai come è calda la sensazione che avrai dentro le tue vene, proprio come fare sesso per la prima volta con una donna. No, cazzo noooo!! Allora non mi ascolti? Continui a scrivere seguendo quel tuo istinto. Cristo, no non ti porterà da nessuna parte. Ti comporti come le bestie che si stanno estinguendo, finirai dentro una gabbia ad urlare fino al giorno della tua morte. Cazzo nooooo, non ci siamo capiti. Devi fare come tutti gli altri… ascolta! Te lo ripeterò fino a bucarti quel cervello. Devi dare alla gente quello che vuole. Oggi conta solo il sangue e tu devi sanguinare, i lettori vogliono vedere che scrivi con il tuo sangue ma come se non fosse niente, sempre col sorriso in bocca. Devi far vedere quanto sei vincente, che non c’è uno più bastardo di te fuori. Nessuno come te. Ai perdenti non hanno mai aperto quelle porte. Fai quello che ti dico e ti porterò con me. Entrerai nel paradiso della scrittura anche tu. Ma devi fare solo quello che dico io. Capito? Ripeti! Non sento, ripeti “tu sei il mio dio”. Ripetilooooooooooooooooo! Non sento! Ripetilo! Ripetilooooooooo! Cazzo, cazzo! Ripetilooooooooooooooooo! Sono io il tuo dio! Sono io il tuo dio! Ascolta me!
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sella di corno

Pubblicato il 5 aprile 2010 in abruzzo, prosa, riflessioni da hermansji

Ecco, ecco vengo a prendermi quello strato di giorno che s’è spalmato soffice sopra la neutralità di questo risveglio. Non sarà il vento a cancellare del tutto le tracce che abbiamo lasciato nella notte, sarà soltanto la nostra mano destra complice a mentire per la sinistra di noi. Ecco, ecco spengo il cervello con la cura di iniezioni di cose da fare, mi riempirò di materialità fino quasi a traboccarne. Ma poi tornerà quella fame e sete… verrà col dito puntato contro a domandare la sua giustizia. Così mi metterò in cammino fino a Sella di Corno solo per ascoltare da vicino la voce d’un antico popolo in marcia, in cammino attraverso questo sangue. – Abruzzo – questo urla il popolo che batte le armi contro i suoi scudi, questo urla il popolo che m’attraversa il sangue e vuole farsi ascoltare.
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confezionare le parole

Pubblicato il 4 aprile 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Confezionare le parole per le occasioni, ritrovarsi in tasca quelle dolci e quelle anche troppo scontate. Abusarne, finché non è arrivata inevitabilmente la data di scadenza, con quel sapore amaro d’un pensiero andato a male per ragioni che non sapremo mai spiegarci. Adattarci, come si può quando non c’è modo di fermare il tempo e non resta che osservare il mondo sempre con gli stessi occhi. E bolle anche la marea se proprio non può farci del male, trascinarci all’interno dei nostri pensieri fin dentro quel tempo delle memorie che dovremmo saper lasciare andare. Un respiro, un altro proposito, la faccia più indurita, il cuore col bilanciere regolato sulla marcia ottimale almeno per non fallire del tutto ma non mai è tutto qui. Così restare ad ascoltare. Sì… ascoltare quell’interferenza che può spiegare perché quando intercetti il segnale di un’altra vita, quando sembra che non sia brutto passare il resto delle stagioni a disegnare un sole oltre il temporale, quando lasciamo l’anima libera di spalancare le sue ali… poi non c’è modo di fermare la marea che sommerge tutto, non c’è modo d’aver ragione del tempo che passa senza guardare indietro. Possiamo solo adattarci, come si fa quando non c’è nessuna ostinazione che possa insegnarci a vincere la partita colle carte già segnate dal destino.
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acqua colorata

Pubblicato il 3 aprile 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Ecco questa è la mia mano, prendila nella tua e raccontami una bella bugia sulle origini di quest’oscurità o disegnami quale futuro ci abbineresti. A già, non si può… qui hanno demolito tutto prima che nascessi e ad oggi nessuno ha deciso cosa farne delle macerie, ma ho messo radici anche se a bagnarle c’è solo un mare di sangue diluito al punto da sembrare acqua colorata. Ho messo spine e pure qualche fiore, perché sono “strano” e posso anche cambiare definizione se non mi va più bene la lentezza che assumono le parole, quando le mitraglio dalla mente e colpiscono tutt’intorno le sagome d’un giorno di dolore che va a morire tra i monti dell’Abruzzo. Allora prendi questa mano, prendila ed assorbi questo stanco calore, lo lascio condurre via da me. Vedi se almeno tu riesci ad illuminarti per risplendere luna materna nella notte che attendo m’apra le porte.
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oggi

Pubblicato il 1 aprile 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Oggi, il risveglio aveva dita così lunghe da tenere in piedi pure quella sfera che brucia, muore nella solitudine dei pianeti, solo che è inciampato tra le coperte, poi s’è rialzato e le ha trascinate coi piedi, tanto che non le ho più trovate.

Oggi, il risveglio era un fatto personale, come una gatta che s’è scaldata tutta notte, s’è stiracchiata sbadigliando prima di andare via ma non ho ritrovato le ciotole al solito posto in cucina, così ho capito che era andata via davvero.

Oggi, era semplicemente un altro principio, uno dei tanti come un altro conteggio di secondi eternamente in fuga verso il traguardo della notte. Qui dove la vita è tutto un riciclo di cose già dette, un ricatto di buoni propositi e non c’è modo per stare tranquilli.

Oggi, avrò fatto un mio personale olocausto coll’ultimo fuoco della stufa. Messo la riga e tirato la somma per metterci dentro a quel fuoco le cose che sono, quelle che sono stato, ciò che ho amato, quanto avrei voluto condividere ma no, basta… se devo scontrarmi col futuro è inutile portarsi cose così ingombranti.

Oggi, come un altro ieri o l’ennesimo domani, questa vita ha insegnato che la testa dura è solo uno dei miei difetti. Non ci cambierò quei discorsi nati a metà, magari solo perché farei l’inutile sforzo di mettere congiunzioni fra loro senza vedere alla fine nessuna figura uniti i punti.

Oggi, ah già anche oggi era stupidamente , banalmente nient’altro che oggi.
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un vestito di niente ed un piccolo bacio

Pubblicato il 31 marzo 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

E’ un vestito di niente, colle foglie che restano a dormire mentre taglio e ricucio qualche ferita che non s’abbina più con questo mio vestito fatto di niente. Ma tu non chiamarle ancora poesie, perché queste sono solo le cortecce che stacco dagli alberi e poi tiro il filo… e aspetto, passerà sopra il sole, camminerà a testa in giù anche la luna. Passerà, così raccontano che tutto passa, anche se ora non c’entra il filo troppe volte ripiegato dentro al foro di questo piccolo ago che ho. E tra le dita lascio che si strusci un pensiero ma uno di quelli impuri che sanno di odore e dolore di donna. Avessi la ricetta giusta ti lascerei a dormire. Sì… a sognare finché non è pronto e ti porterei da mangiare a letto per non farti nemmeno alzare. Lasciarti riposare in attesa che smetta il vento di scompigliare e frugare, colle sue unghie, la schiena della spiaggia e far del male alla linea continua del mare. Assomiglia questa fiamma alla semplice valigia che riempi di tutto e poi ti manca qualche cosa, ma tu dormi ancora che la luce del giorno non è del tutto andata via. Io, invece, mi disinfetto le dita ché mentre cucivo questa scrittura mi sono fatto male, s’era bucato il ditale e non m’ero accorto di aver sporcato col sangue la stoffa impura della notte che vado tracciando per te col pensiero. Tu dormi, ché poi verrò a darti un piccolo bacio, piccolo per farlo scivolare sotto le tue labbra chiuse fino a farsi strada nelle stanze della tua mente. E ti porterò in dono spicchi d’arancia rossa, il risveglio così e nient’altro. Non m’è rimasto più niente qui, dentro alle tasche di questo vestito che m’assomiglia anche troppo, questo vestito fatto di niente. Ti porterò solo questo me, chissà se te lo farai bastare…
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le parole

Pubblicato il 30 marzo 2010 in riflessioni da hermansji

C’è che le parole fanno male, per questo spesso non servono. Altre invece chiamano, anche solo per fare qualche salto in mezzo alla confusione delle idee, per trovare la strada verso l’uscita. Ma sotto le parole c’è il rumore del nostro respiro e ancora più giù quello del cuore.
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lettere

Pubblicato il 27 marzo 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Quelle lettere che avevo messo in ordine, per scrivertele sulla pelle e raccontarti da vicino quanto ti vorrei, quelle parole sono ancora nella mia mente anche se ne ho paura. Esistono davvero le distanze e i silenzi? Magari sono solo le volte che vogliamo stare coi palmi delle mani premuti contro le nostre orecchie pur di non sentire il rumore delle onde di pensieri che ci galleggiano dentro. Ah, tutte queste lettere, così semplicemente s’infrangono contro di me e potessi andare via ma con te, con te potessi abitare lo spazio vuoto che hai nell’anima e smettere di riscriverle pensando d’averne anche gelosia. Ma non verrai, non risponderai al mio chiamarti perché l’amore non ha più voluto mettere radici in questa vita ed è stupido pensare che possa adesso attraversare le distanze ed i silenzi. Quante volte, in un solo impeto, non gli ho creduto e ho rinnegato amore troppe volte, urlandogli contro che le sue erano solo stupide frasi da scrivere tanto per mettere un fiocco sopra al dolore delle parole. Eppure tutte queste lettere germogliano da sole, vorrebbero che te le raccontassi da vicino. Attraverso un bacio eccessivo, vorrebbero essere spinte contro le tue labbra affinché tu riesca a percepirne anche il sapore, fino a nutrirti di questa emozione.
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