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Archivio per categoria: 'riflessioni'

hermansji

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scrivimi

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Scrivimi di un discorso interessante che, se lo leggerò, mi sembrerà di non riuscire ad uscirne al sopraggiungere delle parole. Anzi, raccontami a caso come se mi fossi affacciato al finestrino di un treno e ti scorgessi sopraggiungere col passo intimo della sera. No, non scrivermi. Fai come se non ci fossi, come se mi vedessi ancora fermo al primo scalino di una distanza rivolta a quello che dovremmo saper dire. Ché se lo pensi “ti amo”, ma è come lo pensi, come lo lasci cadere nel mezzo delle parole, che io poi ci ristagno dentro e mi ci cucio attorno anche quando tutto è ipotetico, impossibile ed i sogni si muovono ma senza farci troppo caso, senza osservare l’amore fino alla tenerezza delle lacrime.

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avere, rubare o cercare

Avere del tempo, rubare del tempo, cercare del tempo. Avere, rubare o cercare altro da dire ma, quando è finita l’ispirazione, tornare semplicemente a disegnare. L’anima se proprio non c’è, forse nemmeno ti verrà a mancare – così hai tagliato corto. Ma, mentre camminavo nell’assolato atrio dell’Università, ripensavo ai corridoi dell’ospedale e tutte quelle persone che si aggrappavano ad uno sguardo e mi è venuto da risponderti che – No, non è così semplice. Puoi stare tutto il tempo, tutta la tua vita a negare con la sola forza della razionalità e della scienza, però poi vorrei vedere che faccia farai. Sì, nei periodi più neri, quando t’accorgerai che qualcosa dentro te non va più, vorrei sentire le tue risposte. Quando ti accorgerai che la tua razionalità ti ha già abbandonato o che gli altri, proprio come fai tu, loro ti giudicheranno scomodo e semplicemente già finito… vorrei sentire il rumore dei tuoi pensieri. Quando sarai lì da solo e vorrai che ogni gesto che scandisce i tuoi giorni non sia dettato solo dalla pietà, vorrei chiederti “la senti un’anima che sta ancora lottando?”-. Allora ti ho urlato – Smettila. Smettila e guarda le cose da vicino, avvicinati a tutti questi malati e trova la forza di abbracciarli, senti la loro anima – ma stavo urlando solo contro di me, stavo parlando soltanto di me.
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eccezioni

Eccezioni, allungare linee e fare somme che poi non tornano mai, sarà che la matematica rasenta purtroppo la perfezione. Io resto imperfetto, per questo adoro voltare pagina appena ho imparato a memoria l’accenno che mi condurrà alla storia che m’aspetta subito dopo. Che poi il sole è sempre lo stesso, cambia solo il mondo con cui lo guardo e certi giorni ho preso troppo la rincorsa, per questo, all’approssimarsi del tramonto, fallisco il salto sopra i tetti per andare ad osservare la luna da vicino. E tu mi parli del tuo equilibrio, delle tue scelte e delle tue politiche efficaci, fondi il tuo simbolo ed il tuo partito, fai distinzione tra rossi e neri ma non vedi che siete tutti uguali. Mi parli della tua grande fede, di come ti basti sollevarla quella croce per sopportarne il peso ed io resto ad ascoltarti, come davanti ad un film di cui conosco già la tristezza d’ogni singola battuta. Vuoi fare da modello per tutti ma sei solo invecchiato, non avete fatto niente di più e niente di meno di quegli stessi errori che faranno quanti verranno dopo di voi, tu sei solo invecchiato ed il finale di questa Italia non cambia, puoi abbellirne lo sfondo ma in scena ci sarà il cadavere di un’illusione dissanguata dalle ideologie. In scena ci sarà solo il volto magro e senza forze della nostra umana miseria puttana, con gli occhi furbi di quanti hanno già approfittato di lei al tempo giusto.
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Innalzare muri e amen

Madre quanto pianto hai versato per me? Quante preghiere consumate perché riuscissi a sopravvivere? Eppure ho preso il respiro a pieni polmoni giusto perché non c’era alternativa, rubando anche il tempo che non era mio. Ho inghiottito una goccia di veleno alla volta quando la vita ci ha condito solo questa scelta per sopravvivere, fuori il mondo su misura d’inetti arroganti e comode puttane. E sì, ho inghiottito anche la più nera delle notti, l’ho buttata giù come fosse la cura per riuscire a dar forma ai progetti ma ho sudato sangue, sputando fino all’ultimo solo dal mio, solo il sangue del fondo delle mie risorse. Ora è il tempo di tornare ad innalzare muri e amen. Non m’interessa essere compreso, trovare del posto nel cuore d’una donna perché so quello che ho già fatto, so dove sono arrivato e quanto m’è costato… anche se non so computare di quante parti sono composto e nemmeno so indicare il punto dove mi porterà la corrente indecifrabile di questa vita.
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il mare ha fame

L’auto non ha più la velocità dei miei pensieri e il mare si protende con le sue bocche affamate per divorare ciò che vi specchio dentro. Sarà la stanchezza degli occhi, cercano e osservano ma senza concentrazione gli altri viaggiatori persi per le loro direzioni.

Mi dico, mi ripeto – ora basta, ferma questa stupida corsa…- e poi rallento. Parcheggio e prendo a respirare ma ho un dolore che non ha nemmeno un nome. Osservo il cielo e non abbiamo niente di cui parlare, cammino verso la sabbia ed affondo lieve un passo dietro l’altro.

Resto ad ascoltare il mare, lo lascio a divorare lentamente anche me mentre cerco di afferrare le ali d’un pensiero. No, non sono così pratico e ho paura di far troppo male col tocco delle mie dita, così lo lascio attraversare la linea dell’orizzonte in cerca della sua direzione.

Osservo ancora il cielo, non abbiamo mai avuto certezze da condividere. Mi dico, mi ripeto – smettila di urlare sotto pelle, finirà che le parole prenderanno vita – e poi respiro piano. Il traffico quasi non esiste più, mi resta solo la strana impressione di essere da solo con la fame del mare a sorvegliarmi.

E quel pensiero che ostinato prova a resistere, s’è fatto già troppo lontano, quasi da non distinguere più il contorno del suo volo. Il dolore che mi tiene compagnia, come il senso d’un abbandono che fa troppo male per essere stato così breve. La sabbia che cambia aspetto, mi sdraio ed osservo distratto il cielo tanto non troveremo mai di che parlare.
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il sorriso del sole

Non è una contrattura quella che si espande attraverso me, forse è proprio una frattura di cose che non hanno mai avuto un significato. Cade il pensiero e rotola, va da qualche parte mentre c’è solo il sorriso del sole che invade tutta la stanza. Io ho gli occhi dolenti eppure cerco di osservare, ma cosa ci sarà mai da guardare? Se il mondo sbircia addosso, perché ci ostiniamo a volerlo salvare e sbirciamo anche, mentre ci mangiamo le unghie imbambolati, presi dall’osservare ma per trovarci cosa? Cosa c’è? Quando ti viene come un muto disagio, come se ti mancasse tutto e non ti manca niente. Con le mani che sembrano mezze parole che non sei più in grado di pronunciare, colle braccia che sembrano rami d’un albero. Albero che c’ha quella ferita che ti si addice e ci va a riposare un vecchio gufo. Allora sei cavo così, perché non ti hanno tolto il cuore s’è fatto polvere evolvendo secondo logiche tutte umane. Così smettila di credere che l’umanità sia un valore, che dietro alle nuvole bianche o grigie restino comunque dei sentimenti capaci di urlare più forte del resto. Finiresti solamente ad osservarti invecchiato, proprio come il gufo che si ricorda di te ma quando vuol sentirsi protetto per chiudere gli occhi ed abbracciare una notte senza paure. Ma non riesco a smettere, non ci riesco mai. No, non è una contrattura, nemmeno una frattura, forse assomiglia a certe ferite che ti fanno del bene, mentre ti ascolti vivo colla voglia d’un pensiero positivo. Una bella abitudine, una frase d’amore pronunciata piano con troppa commozione a far vibrare leggere le parole, forse assomiglia a questo sole che ha il sorriso e non smette di rovistare nel perfetto disordine delle cose da fare.
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stazione termini

Ma i treni davvero vanno via? Mi interrogo e prendo appunti tra logiche divergenze. Dove la penna disegna il pensiero lì si interrompe, come il cuore che non vuole sapere chi tira per lo xilema le foglie. Questi treni, ferraglia dolente e sporca, assomigliano a tanti sipari delle stagioni del cuore. Eppure, attraverso le loro partenze, si riordina la materia almeno cordiale nella traccia delle direzioni che vanno via… anche se per tornare. Ma i treni davvero si lasciano dietro tutti posti che attraversano? Forse ci illudono di aver tanto da raccontare, come se fosse possibile voltare pagina o trovare qualcuno con cui condividere per davvero come siamo fatti dopo che ci hanno spogliati di ogni idealizzazione.
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ed i fiori crescono

Ed i fiori crescono anche al riparo dei capricci del tempo, restano a godersi il principio del mattino quando a noi invece viene addosso quella nostalgia difficile da spiegare. Le nostre automobili vanno veloci, forse perché abbiamo già impattato contro un muro di ostacoli nella fretta di vedere che faccia avesse alla fine la nostra direzione. I nostri occhi restano appesi alle domande da fare e alle risposte da dare, solo che poi manca il tempo per fare uno scambio equo, così io prendo le domande e a te restano solo le risposte ma quelle sbagliate. Ed i fiori ci osservano al riparo dell’inutile violenza che mettiamo in ogni gesto, restano a godersi senza necessità da di noi anche il principiare della notte quando ci resta addosso solo la nostalgia difficile da spiegare.
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la mente ingombra di pensieri

Con la mente ancora ingombra di pensieri, mi sveglio tormentato da quel senso di abbandono che mi viene a cercare proprio quando per un attimo avevo smesso di pensarci. Che poi non è nemmeno il momento giusto e così mi va di traverso un’altra fila di pensieri, s’era messa a nuotare irriverente nel mio cappuccino. Sarà colpa di non aver aggiungo mai la giusta dose di distacco nelle cose, sarà che ogni caduta lascia almeno un livido, oggi c’è solo questa mente ingombra, a gravare sulla coda della notte che va dileguando. La mia voce prende a leggere un appunto, l’avevo scritto pensando a lei, ma non arriverà da nessuna parte, la mia voce che si fa silenzio di colpo e non c’è nient’altro, solo la solita incomunicabilità, distillata come una cura, l’unica che davvero funzioni per quelli come. E poi scivolare dentro a qualcosa che vagamente assomiglia al bisogno di comprensione che cerco ma non c’è, a quell’abbraccio che vorrei sentire, stringermi così forte da interrompere il pianto che non riesco mai a piangere. Scivolare dentro alla penombra d’un bacio ma non era destinato a me, farmi del sordo male per risalire dalle pareti d’un cuore già occupato. Forse invidiare un po’ che non sono il destinatario di quel caldo amore mentre i pensieri vanno via senza salutare, in questa mente cosi ingombra, ma dove andranno? Quanto è dura questa assenza di sonno, quasi un risveglio senza uscita, dovrei ancora pensare che tutto è possibile?
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del criticare gli altri

Interferenze della portante che m’asconde e, poi, riprende ad emettere il suo segnale ma quando sottintende il vuoto, contro cui impatta dolente l’approssimarsi, del tuo stupido giudizio “tecnico” sulla mia mente. Ma davvero vuoi mangiare delle mie parole? O accendere roghi di carta coi raggi del sole? Magari vorresti pure nutrire di te la mia collera arrogante? Oppure solo crescere e correggere quella che è solo una mia attitudine a divellere? No, non hai capito niente… appallottola il tuo giudizio e prendi un grande respiro, non c’è niente da leggere o di cui parlare in questo blog.
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Abruzzo Lutto Terremoto 2009


Esistono sistemi "morali" nei quali, in caso di dubbio, al soggetto è fornita una giustificazione per operare la scelta. Ed esistono sistemi "immorali" nei quali la necessità diviene l'unico argomento per rendere accettabile la scelta. Poi vi sono sistemi "individuali" dove è possibile lasciarsi guidare dalla coscienza e molto spesso essa risiede nel cuore. L'uomo appartiene contemporaneamente a tutti e tre i sistemi. Così come colui che comprende e determina le decisioni da prendere e quelle che non si verificheranno mai. Accanto alla libertà umana vi é la libertà di Dio.

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