La direzione immaginaria del tempo è come una dorsale che non vorrei abbandonare perché conduce dove è la luce. E’ come la curva delle nostre labbra quando si fronteggiano, armeggiando un po’ e poi si scontrano in un bacio, arano, attraversano, seminano e tingo di rosso improvviso il bianco lunare come un campo coltivato a rose. Succede che quasi riesco a dimenticare il sapore troppo salato della realtà e allora mi vien voglia di cambiare anche colore a queste stanze, e ci sei tu a condividere con me il buon umore. Il pensiero che pulsa ed entra/esce da questo cuore come un nuovo respiro, nella notte c’è un sentiero di stelle per rintracciare che fine abbia fatto il nostro sognare. Tu resti in silenzio, sorseggi il tuo tè ed osservi il temporale andare via, io riprendo a disegnare il bozzetto per una vetrata, disegno paesaggi pigri, bambini che giocano ed un tridente lontano a sorvegliare che non venga mai il male a bussare.
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Scrivimi di un discorso interessante che, se lo leggerò, mi sembrerà di non riuscire ad uscirne al sopraggiungere delle parole. Anzi, raccontami a caso come se mi fossi affacciato al finestrino di un treno e ti scorgessi sopraggiungere col passo intimo della sera. No, non scrivermi. Fai come se non ci fossi, come se mi vedessi ancora fermo al primo scalino di una distanza rivolta a quello che dovremmo saper dire. Ché se lo pensi “ti amo”, ma è come lo pensi, come lo lasci cadere nel mezzo delle parole, che io poi ci ristagno dentro e mi ci cucio attorno anche quando tutto è ipotetico, impossibile ed i sogni si muovono ma senza farci troppo caso, senza osservare l’amore fino alla tenerezza delle lacrime.
Avere del tempo, rubare del tempo, cercare del tempo. Avere, rubare o cercare altro da dire ma, quando è finita l’ispirazione, tornare semplicemente a disegnare. L’anima se proprio non c’è, forse nemmeno ti verrà a mancare – così hai tagliato corto. Ma, mentre camminavo nell’assolato atrio dell’Università, ripensavo ai corridoi dell’ospedale e tutte quelle persone che si aggrappavano ad uno sguardo e mi è venuto da risponderti che – No, non è così semplice. Puoi stare tutto il tempo, tutta la tua vita a negare con la sola forza della razionalità e della scienza, però poi vorrei vedere che faccia farai. Sì, nei periodi più neri, quando t’accorgerai che qualcosa dentro te non va più, vorrei sentire le tue risposte. Quando ti accorgerai che la tua razionalità ti ha già abbandonato o che gli altri, proprio come fai tu, loro ti giudicheranno scomodo e semplicemente già finito… vorrei sentire il rumore dei tuoi pensieri. Quando sarai lì da solo e vorrai che ogni gesto che scandisce i tuoi giorni non sia dettato solo dalla pietà, vorrei chiederti “la senti un’anima che sta ancora lottando?”-. Allora ti ho urlato – Smettila. Smettila e guarda le cose da vicino, avvicinati a tutti questi malati e trova la forza di abbracciarli, senti la loro anima – ma stavo urlando solo contro di me, stavo parlando soltanto di me.
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Eccezioni, allungare linee e fare somme che poi non tornano mai, sarà che la matematica rasenta purtroppo la perfezione. Io resto imperfetto, per questo adoro voltare pagina appena ho imparato a memoria l’accenno che mi condurrà alla storia che m’aspetta subito dopo. Che poi il sole è sempre lo stesso, cambia solo il mondo con cui lo guardo e certi giorni ho preso troppo la rincorsa, per questo, all’approssimarsi del tramonto, fallisco il salto sopra i tetti per andare ad osservare la luna da vicino. E tu mi parli del tuo equilibrio, delle tue scelte e delle tue politiche efficaci, fondi il tuo simbolo ed il tuo partito, fai distinzione tra rossi e neri ma non vedi che siete tutti uguali. Mi parli della tua grande fede, di come ti basti sollevarla quella croce per sopportarne il peso ed io resto ad ascoltarti, come davanti ad un film di cui conosco già la tristezza d’ogni singola battuta. Vuoi fare da modello per tutti ma sei solo invecchiato, non avete fatto niente di più e niente di meno di quegli stessi errori che faranno quanti verranno dopo di voi, tu sei solo invecchiato ed il finale di questa Italia non cambia, puoi abbellirne lo sfondo ma in scena ci sarà il cadavere di un’illusione dissanguata dalle ideologie. In scena ci sarà solo il volto magro e senza forze della nostra umana miseria puttana, con gli occhi furbi di quanti hanno già approfittato di lei al tempo giusto.
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Metamorfosi, i dettagli che cambiano e non posso farci niente, in fondo cambio anche io costantemente, salvo, poi, tornare indietro a cercarmi nell’attimo esatto in cui stavo per perdermi. Il gatto, che mi osservava da un po’, scende dalla poltrona stiracchiandosi, s’avvicina ai piedi della scrivania e mi osserva come se ripetesse nella sua testolina il piano che, tempo qualche secondo, lo condurrà ad appallottolarsi sopra la mia mano intenta a scrivere. Così eccolo qui, tutto come previsto… mi osserva intensamente e fa le fusa con l’aria di chi non ha fatto niente di che. Io l’osservo mentre gli dico con un filo di voce – ma senti un po’ lo sai che la mano è mia? che vogliamo fare? –. E lui protende il suo muso , m’annusa il respiro e spinge la sua fronte da ruffiano contro la mia. Oggi o era ieri? La cognizione del tempo che va per i fatti suoi, le parole che sembrano nuove anche se le ho consunte da troppo, che poi ascolti distrattamente i rumori del mondo facendo finta di afferrare il senso delle parole ed invece ti trovi a dare per scontato che non dicano niente. Ed il gatto, invece, ha deciso che è ora di smettere di scrivere, così non molla la presa della mia mano e, quando muovo la penna tra le dita, cerca di morderla, salvo leccarmi le dita se gli accarezzo le guance. Finisce così che lo assecondo, anche se un po’ mi dispiace perché ho fatto il callo alla compagnia delle parole. Muore il meriggio ed io, invece di scrivere, mi diverto ad accarezzare il pelo morbido d’un rosso gatto curioso. Lo faccio contento, tanto ho sempre quell’impressione che, in questa vita, io e lui ci capiremo senza davvero sforzarci di farlo, mentre quanto più mi ostinerò a cercare di comprendere il resto delle cose tanto più resterò con l’amaro in bocca. Prendo in braccio l’intruso, che ama stare al centro della mia attenzione, e penso che almeno una volta vorrei vedere il mondo attraverso i suoi occhi. Vorrei godere di quella sua leggerezza che gli consente di scivolare elegantemente tra i dubbi degli uomini come se non ci fosse nessuna tempesta all’orizzonte. Poi penso di essere fortunato a ricevere l’affetto di questa piccola creatura e, mentre si affacciano non invitate tracce di nostalgia, mi sento anche protetto dal mio gatto come in uno di quei racconti di Lovercraft, così finisce che lentamente ci addormentiamo.
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E poi… accidenti ma che volevo dire? Ah, forse solo farti ridere e trasformarmi nella cosa più piccola di questo mondo, scivolarti tra le caviglie come una biglia ed invitarti a prendermi. Ma tu non guardarmi così altrimenti vien da ridere anche a me. E poi… il rischio che mi avvicini con una qualunque scusa per rubarti con lentezza un bacio, beh quel rischio c’è. Lo sai e sorridi, come per dire che il gioco lo governi tu ed io non posso più andare a zonzo dove voglio ed invece guarda un po’, son già dietro te. Ti soffio sul collo e svanisco in un’altra piega dei tuoi pensieri. Mi cerchi, mi chiami con la voce che adoro e mi lascio trovare ma sotto la stoffa di quel discorso che non abbiamo più ripreso. Tu fai quella faccia lì, quella di quando vuoi dire – lo sai, te l’ho già spiegato… – ed io faccio quell’altra faccia lì, quella di quando sto sbottonando un bottone dopo l’altro le cose che ti hanno già fatto del male, perché mi accontento anche di sentirti serena.
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Il biglietto tra le dita, il ritorno del freddo, il traffico rallentato e lo sguardo un po’ triste come quella sensazione di non voler proprio andare via. Le cose da fare, la mente comunque occupata, la musica nelle orecchie che va, il quadrante argento vintage che segna soltanto l’una, il diario nero ma nessuna poesia da legare al sonno del foglio. E le donne, le donne, quante donne che ti danno il buon umore, ti danno pure il tormento, ti fanno stare bene e stare male prima d’arrivare all’accapo di quello che davvero volevi dire. Il traffico ha ripreso la sua schizofrenica andatura tra le discussioni generali degli altri passeggeri, come un bambino a disegnare con le dita sul finestrino appannato del pullman, forse arriverà la neve per davvero e già la gente a preoccuparsi. Partire, ripeterselo ancora almeno per farsi venire la voglia di dire quel sì e, poi, smettere di giocare col biglietto come fosse solo un pretesto per ricordarsi che è toccato partire. Ricordarsi di sorridere, smettere di osservare quello che accade fuori dal finestrino e ricascarci per osservare imbambolato qualche donna con imbraccio il suo bambino. Aprire il diario nero e provare a scrivere, scrivere da che ormai è rimasta solo l’abitudine anche a quello, poi rileggere e voler strappare tutte queste inutili parole, chiudere il diario e promettersi che la prossima volta sarà per qualcosa d’importante, un motivo decente per cui valga la pena svegliare le parole dal letargo. Chiudere gli occhi, provare a dormire per ingannare il pensiero del viaggio e ritrovarsi a pensare all’odore del tuo corpo, allo sguardo così intenso che hai quando facciamo l’amore mentre la musica nelle orecchie continua ad andare senza nemmeno far caso a dove.
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Il tuo respiro, lo osservo mentre cominci a prendere sonno e sei stanca ma anche così tranquilla, ho quasi paura di respirare per non disturbarti. E tu sei la notte, sei così leggera da portare confusione perché aspettavo che venisse la luna a farmi compagnia, invece ci sei tu.
Prendo una scorta di pensieri che mi avanzano, con passo lieve li porto lontano nella stanza accanto e provo a concentrarmi su qualcos’altro. Non ci riesco. Torno piano in camera da letto. Ti osservo respirare, come se fossi tutto il contrario di questo mondo così schizofrenico e violento.
Mi avvicino ancora, sollevo le coperte lentamente e mi sdraio accanto a te. Apri gli occhi per stringerti a me, così ti abbraccio e tengo una mano sul tuo ombelico mentre comincio a respirare con te. Prendo quel ritmo e mi sembra di condividere il respiro con te.
E tu sei la notte, una notte senza la mia luna così non ho niente da dire perché non mi avanzano le parole. Riesco solo a stringerti come se non volessi lasciarti cadere in un brutto pensiero, per allontanare la tentazione di una qualunque preoccupazione capace di interrompere la dolcezza del tuo respirare.
Sai non ti ho detto mai che certe volte sentire la tua pelle contro la mia da una strana sensazione, come se bastasse davvero poco. Sei così calda, che mi sembra quella la temperatura giusta per cominciare a fondere in una creatura sola con te, riuscire a superare gli ostacoli e le incomprensioni del cuore che spesso ci dividono.
Ma non è mai così semplice e la vita questo me l’ha già insegnato, lo ha inciso con profonde ferite sulla pelle così che io non possa arrivare a dimenticarlo. E allora il nostro respiro prende pian piano ritmi diversi, perché è anche giusto che sia così, infondo in molte cose siamo diversi ed è questa l’unica cosa che davvero riesce ad unirci.
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L’amore fa male al cuore, come ostinarsi a soffiare sulla cenere che riesce malamente a ravvivare l’incedere di questo mio stupido ardere. Così anche se ho cambiato serratura ad ogni sutura aperta, forse non riesco ad evitare di impattare e farmi ancora un po’ male nell’osservare il posto vuoto che avevo cominciato ad arredare. Ma oggi no, la pioggia sta dentro anche se fuori le parole non riescono ad evitare il sole in faccia e così s’accende uno scontro tra la mente, che non smette di trovare qualcosa di cui parlare, e le parole che invece restano mute ad accarezzare il silenzio. Ed è come se avessero accordato all’improvviso quel pezzettino d’anima che m’era rimasto dentro, ma io invece più risuono e più resto affezionato a quelle note sbagliate che riuscivo ad emettere, perché posto vuoto c’era a sufficienza per fare da grancassa al mio segnale. Ma questo mio nero cuore è semplicemente fatto così, come il rintocco dei passi che incessantemente salgono e scendono le scale di questo divenire. Spesso mi domando se gli addii ed i ritorni siano davvero come ci appaiano o se non nascondano in realtà altre domande per tante risposte. Poi penso che è solo una comoda bugia in cui volevo scivolare, è ora di rialzarsi e guardare in faccia l’orlo di questa inquietudine. Se tutto passa, inevitabilmente avrò alle spalle un altro domani ed un’altra infanzia per questi germogli d’affetto che mi porto dentro.
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Esistono sistemi "morali" nei quali, in caso di dubbio, al soggetto è fornita una giustificazione per operare la scelta. Ed esistono sistemi "immorali" nei quali la necessità diviene l'unico argomento per rendere accettabile la scelta. Poi vi sono sistemi "individuali" dove è possibile lasciarsi guidare dalla coscienza e molto spesso essa risiede nel cuore. L'uomo appartiene contemporaneamente a tutti e tre i sistemi. Così come colui che comprende e determina le decisioni da prendere e quelle che non si verificheranno mai. Accanto alla libertà umana vi é la libertà di Dio.
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