e sarà il vero?

Pubblicato il 21 febbraio 2010 in blog, poesia da hermansji

e sarà il vero?
quel vento che prende
come bocche di fuoco
un pensiero ma ancora pigro
tu che mi dai fuoco
ma io non sono il vento
e non sono nemmeno quel pensiero
io appartengo
a quello che ho già scordato
la nudità di ogni sostanzialità
l’uomo che coglie e sbaglia
senza la mappa d’un percorso
sono l’orma che in me
ha lasciato il Gran Sasso
la carnalità d’una poesia
quando scava e possiede già
tutto dell’anima
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visita Il sito del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga:
http://www.gransassolagapark.it/


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del criticare gli altri

Pubblicato il 21 febbraio 2010 in blog, riflessioni da hermansji

Interferenze della portante che m’asconde e, poi, riprende ad emettere il suo segnale ma quando sottintende il vuoto, contro cui impatta dolente l’approssimarsi, del tuo stupido giudizio “tecnico” sulla mia mente. Ma davvero vuoi mangiare delle mie parole? O accendere roghi di carta coi raggi del sole? Magari vorresti pure nutrire di te la mia collera arrogante? Oppure solo crescere e correggere quella che è solo una mia attitudine a divellere? No, non hai capito niente… appallottola il tuo giudizio e prendi un grande respiro, non c’è niente da leggere o di cui parlare in questo blog.
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luigi tenco – vedrai vedrai

Pubblicato il 21 febbraio 2010 in blog da hermansji


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l’interruttore (scusa ma ti voglio odiare)

Pubblicato il 21 febbraio 2010 in prosa, www.hermansji.it da hermansji

Scusa ma… ti voglio odiare. Sì, perché non si spegne, la mia mente non si spegne più. L’hai presa energicamente a calci e pugni, ma non è stato sufficiente. Ha solo smesso di sanguinare come il resto del corpo. Forse ti ho anche pregato mentre mi spezzavi, ho pregato te come un qualunque freddo dio. Ti ho chiesto di arrivare almeno fino in fondo, di abbassare l’interruttore dei miei pensieri. Ma tu sei un altro falso dio, parlavi d’amore con la facilità degli uomini. Avevi in tasca la verità, quando l’hai mostrata era troppo tardi. E qui, dentro, in qualche parte esile del me manca un interruttore per annullare la scorta eccessiva di emozioni contundenti. Io sono cosa? Sono “la cosa” che quando hai finito getti da sola come vetro in frantumi. Mi lasci a raccogliere da me… i miei frammenti e disinfettare quel che resta. Tu sei il falso dio a cui ho sacrificato ogni mia necessità ed aspettativa. A te ho regalato la mia anima e ti ho concesso di amputarla a giorni alterni. Mi sussurravi come fosse il solo amore che conoscevi e speravo che il sacrificio di tutto questo sangue ci avrebbe condotto alla salvezza. Ma sapevo che non era vero. Le bugie più le nutri più ingrassano, osservano e raccontano solo quello che vuoi sentire. Niente era vero. Ed ora, che col passo del dolore vieni ancora a cercarmi, non voglio che tu percepisca il mio respiro. Tengo chiuse le palpebre, provo a resistere e non versare nemmeno una lacrima perché so che ti eccita vedermi così. Mi sono chiusa a chiave in questa casa, ho bloccato anche finestre e tapparelle. Non ti lascerò consumare quello che resta, non potrai sussurrarmi il tuo falso amore.
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verificare se l’url dell’anima contenga errori di battitura

Pubblicato il 20 febbraio 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Consustanziale al sapore che ha il dormire quando ci affoghi dentro inconsapevolmente, con occhi di vetro senza saper osservare perché sei trasparente ma anche inutilmente. Cibo delle scuse più semplici, coperta delle preghiere più sterili, pianto di poi che non c’era nemmeno la porta chiusa contro cui sbattere. Attraente quanto la materia che ha corrotto a sufficienza la voglia lunare, bolle sopra la crosta di questa morale ipocrita.  Per questo scrivere ma solo per mentire alle parole, alle conseguenze, alle strade oppresse dal traffico immobile di gente stanca di ascoltare. Il futuro, convalescente e stanco di ogni incertezza, bussa alle porte e non rispondo perché non voglio comprare più niente per me. Dormire in questo eterno errore del caricamento della pagina dove ho gettato cose, dove non trovo più quello che ho lasciato incustodito la vita prima.

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forse le parole ci osservano

Pubblicato il 19 febbraio 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

(dedicato a J.)

Quando la tensione di parole arriva a mordere improvvisa, se penso a te e provo a riascoltare nella mente la tua voce le dita descrivono un fiore di carta che ho piegato senza nemmeno accorgermene. Forse vorrei riuscire a dirti che non c’è solo oscurità dentro me.

Trovare la maniera per condividere la mia anima con la tua, vedere se c’è un posto al riparo della troppa luce del giorno perché possa mettere radici e continuare a germogliare con te. Forse arrivare anche al punto di farti piangere ma non di dolore, soltanto perché è cresciuta inattesa un’emozione.

Poi, capita che prendo tra le dita il silenzio per farmi raccontare dove vanno a finire le parole quando non riescono a trasportare le cose che vorrei dire. Perché si infilano maldestre sotto l’uscio di una frase sbagliata e continuano a bussare per farsi aprire da te?

Ma poi rinuncio a tutto, smetto di pensare e di scriverci attorno. Ho un groviglio intricato addosso, una sovrastruttura di proiezioni altrui che anche se non raccontano davvero di me, anche se dentro quel groviglio non sto bene, purtroppo lì non devo più rendere conto ed è come avere un frammento di libertà da portarmi in tasca.

E cessa anche quel lento bussare, si trasforma solo nella preghiera di non aprire a me le tue porte. Perché hai ragione tu,
affiorano troppo in superficie le acque di questa oscurità dell’anima. Perché hai ragione tu…

Eppure le parole magari hanno un posto tutto loro, una casa che sembra così familiare anche se non c’hai messo ancora piede. Forse le parole ci osservano al di là delle paure che ci “lucchettano” il cuore e riescono a tornare a parlare di noi quando non volevamo più soffrirne ancora.

Così anche il silenzio possiede una sua ragione, far scendere questa febbre che avvolge le cose che non riusciamo a dire. Accetta in dono questa mia visione. Immagina di alzarti con tanta confusione, di non avere la forza di affrontare il giorno. Ed ora prova a tenere gli occhi chiusi, immagina che sto armeggiando in cucina per portarti una camomilla. Resta così. Persa in ogni singolo rumore. Ora apri gli occhi, guardami non ci sono nuvole all’orizzonte, solo una tazza di camomilla, un caldo mattino e del silenzio. Tutto qui.

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è il tempo che ci ha abbandonato?

Pubblicato il 16 febbraio 2010 in prosa, riflessioni, www.hermansji.it da hermansji

Ora non c’è il tempo e non è detto che ne sia mai avanzato a sufficienza, nemmeno un frammento per scivolare dalle bugie di quattro mezze parole. Le ho viste raggomitolarsi dentro al rovescio d’un discorso anche troppo banale, forse perché nato tra i rimasugli dell’amore goduto senza pensarci troppo.

Così, nel silenzio del mattino, anche la scarsa voglia di dar forma a questo letto si trasforma nel sacrificio dei nostri corpi abbracciati che hanno condiviso tra loro troppe cose, il piacere come il pianto. E la città prende il risveglio tra le sue dita e lo soffia via, ma quel volo è troppo breve per scuoterci davvero.

E ci sembra di restare come un corpo solo, sospeso tra le orme d’un tempo che non c’è più. E’ entrata in scena una complicazione fatta di briciole di parole, ha messo a nudo anche le nostre anime e ci sentiamo dentro la forma abusata delle nostre inquietudini. Così ci osserviamo negli occhi come se riuscissimo a capirci per davvero, le nostre mani si sfiorano e parlano per noi.

E’ il tempo che ci ha abbandonato? Forse lo abbiamo semplicemente lasciato andar via senza nemmeno provare ad opporci. Abbiamo sentito quella porta sbattere con violenza e ci siamo abbracciati più forte, mentre risuonava l’eco dei suoi passi di fretta per le scale… nessun addio.

Peso specifico le avranno mai queste nostre sensazioni? La forza necessaria per fondersi attraverso noi in qualcosa di davvero importante? Lasciare un segno preciso in tutto questo flusso di vita che non riesco a comprendere? Mi guardi in silenzio, forse perché non c’è nessuna risposta che valga più dei nostri occhi.

Abbiamo litigato così tanto per giungere al capolinea ed ora non abbiamo nessuna voglia di scendere a vedere che aspetto abbia la stazione, magari a prendere il nostro cappuccino e continuare a parlare come si faceva un tempo, parlare anche di niente solo per stare insieme qualche altra scusa in più.

Poi chiudo gli occhi, ti stringo a me e mi nutro un po’ del tuo calore. M’immergo nel tuo respiro, cerco di dimenticare e di farmi così sottile magari per svanire dentro i tuoi pensieri. Sterilizzare o almeno governare questa nera marea che soffoco dentro, dimenticare la voce di chi urlava e malediceva anche le mie origini. Annegare questa negatività fino a sognare di fondermi con te in una carne sola.

Ma ora non c’è più il tempo e tu non hai lacrime da piangere, nemmeno una preghiera per far rimarginare le nostre ferite. Possiedi solo l’incomunicabilità di questo nostro silenzio che pure riesce a tenerci abbracciati senza far troppo male.
Così costruisco un esicasmo sulla tua pelle, prego ma a modo mio. Scavo la tua anima con la mia lingua infetta e trasformo a poco a poco il tuo piacere in un giardino chiuso agli occhi del mondo. Prendo ancora il tuo amore e lo prendo per me, come se avessi chiuso tutte le porte dell’anima per non farti più uscire via dal mio sentirti.

E forse il nostro treno riparte, almeno per quest’ultima lentissima volta. Attraversiamo la giornotte osservando l’evoluzione che ci trasciniamo nel sangue scorrere febbrile sui binari del nostro strano viaggio. Ho messo via le paure e le troppe sconfitte, ho riposto i buoni propositi ma per indossarli quando ne avrò bisogno. Ti tengo caldo il cuore e tu non ti stacchi da me, vuoi ancora sentirci uniti in una pelle sola.

Ma arriverà, ci raggiungerà il dolore anche qui… in questa nostra semplicità. Ed avrà la voce che non vorresti sentire da me, avrà la voce che non vorrei mai sentire da te, con le parole sbagliate ma purtroppo al momento giusto. Arriverà e non sapremo riconoscere i sintomi, non riusciremo a difendere quello che siamo.
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cantami

Pubblicato il 8 febbraio 2010 in prosa da hermansji

Cantami del tempo che non ritrovo, della struttura imperfetta e duale delle mie parole annegate da qualche parte nel me. Cantami delle onde rotte da questo difettoso navigare, alla ricerca della linea che delimiti il confine di queste emozioni e nostalgie. Cantami della goccia di piacere che hai visto scivolare, attraverso un sorriso, e della debolezza del cuore, che finge sicurezza mentre ha paura di non saper resistere al vento urlante di passione. Cantami di quello che andrebbe raccontato, ma a voce così bassa da non spaventare le orecchie dei miei pensieri. Cantami dell’amore quello preso a troppe dosi, dell’amore trascinato dentro le pareti dell’anima e spogliato per impararlo a memoria. Cantami del suono della sua voce, ora che ho perso la cognizione del tempo, ora che mi smarrisco dentro lo stillare dell’inquietudine. Cantami ora di lei.
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lentamente

Pubblicato il 7 febbraio 2010 in prosa da hermansji

Edith osservava oltre il confine gli ingranaggi del tempo, la loro devastante furia e perfezione, l’incedere sottomesso delle lancette. All’improvviso chiuse le porte dell’anima, nessuna via di fuga ai suoi sentimenti che sbattevano le ali cariche d’inquietudine. In ascolto di sé, semplicemente per non lasciar andare via quella meravigliosa sensazione di affetto e quiete che l’aveva raggiunta all’improvviso, cominciava a respirare lentamente.
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ho una caravella

Pubblicato il 5 febbraio 2010 in prosa, riflessioni da hermansji

Ho una caravella tra le dita ed affonda, affonda con l’onda oscura che è in me. Ho una caravella tra le dita che morde gli abissi, si inabissa lentamente assieme a me. Ho una caravella tra le dita che sfiora acque profonde, sfiora ed annega incontro al riverbero delle mie domande ma senza neanche un perché.
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