Autore: hermansji.:. - Resta aggiornato, iscriviti gratis
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(Fotografia: Sed Non Satiata – Tutti i diritti riservati)
In cosa groviglio se aggroviglio i fili di un discorso che pareva già troppo denso? Quando hai avvicinato le labbra al mio assenso, al fondo degli sguardi, ho trovato echi d’un camminare. Non ho pensato ad altro e ho preso a coltivare un nodo dentro ai fili, per domare tutte le domande sul dove e come di questo andare dietro alle quinte della vita che groviglia e s’aggroviglia.
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And a woman spoke,
saying, Tell us of pain.
And he said: Your pain is the breaking
of the shell that encloses your understanding.
[…]
Yet it was not your loving mindfulness
of my days and my nights
that made food sweet to my mouth
and girdled my sleep with visions?
(Kahlil Gibran,
Prophet, Madman, Wanderer
Penguin Books, 1995,
p. 21 e p. 33,
ISBN 014600048X)
Ed eccomi ancora, attendendo di maturare la pausa, con qualche centesimo residuo di stupidaggini da scrivere sul blog. La scusa è offerta dal ripetersi di uno stesso sogno quello di una donna che mi affida, senza ragione, il suo bambino tra le braccia. Nel sogno passo davanti ad una sconosciuta che non riesce a far cessare il pianto del figlio e, senza motivo, questa mi stende il bambino con una tale irruenza che sono costretto istintivamente ad afferrarlo, per timore che, altrimenti, l’isterica lo lasci cadere. A parte la scena irrazionale, il punto è che nel sogno il bambino smette all’istante di piangere. E’ la seconda volta che la mente elabora questa visione e mi resta una sensazione di inquietudine. Non riesco a trovare un senso e nemmeno a razionalizzare. Il maltempo, poi, che è tornato a bussare, appena entrata l’estate, ha portato con se, come fosse uno scherzo di cattivo gusto, un certo profumo d’inverno senza romanticismo. Così non riesco a trovare parcheggio ai pensieri e questa sensazione è come l’appendice di un fallimento, la stanchezza di un sonno profondo che non si può dormire. Tutto ciò per l’intanto mi schiaccia.
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Anche nella pausa mi sono ritrovato oggi a scrivere. Mi chiedo quale sia la differenza allora? Non riesco a tenere chiusi i pensieri o non ho ancora capito cosa sia una pausa? Forse anche la pausa è un percorso a cui bisogna abituarsi, poi verrà, non annunciata come della pigrizia, semplicemente con l’assenza di voglia… anche se quest’ultima non differisce molto dalla stanchezza. Potrei starmene beatamente sotto le coperte che mi sembrerebbe comunque di aver intrapreso un viaggio a bordo dei pensieri. Allora, guardare attraverso lo specchietto retrovisore, è come sentire una crescente dipendenza dal raggio di azione del mondo che ci aspetta. Siamo fatti di relazioni, quanto più superficialmente lasciate cadere, nei gradini della nostra esperienza, tanto più emergeranno frammentarie in ciò che ci consideriamo essere, ossia il prodotto ed il presupposto di quanto vogliamo essere. Siamo dei prodotti, prodotti di altre relazioni e prodotti della vita ma anche prodotti dell’ignoto. Siamo somme e suddivisioni, non sempre eque, dei nostri sbagli, della religione, della morale, degli affetti e siamo anche la metamorfosi di tutto questo, la fatica, o il coraggio, di estrarre il buono dagli sbagli anche degli altri, l’umano calore ricavato anche dal freddo della superficialità e quindi l’umanità tirata sù anche da quella parte di immoralità. Come? Scavando, soffrendo e ritrovando un nuovo equilibrio degli uni contro gli altri. Perché siamo sempre nelle condizioni iniziali, e seppure non indispensabili a nessuno, siamo la ragione dell’esistenza degli altri. Siamo il corpo della loro interiorità dal momento che senza il contrasto, senza il calore umano resterebbero individui alla deriva nella lotta senza quartiere con la propria natura. Siamo la negazione di ogni teoria che vede nell’uomo o nella donna l’esempio ultimo dell’individualismo egocentrico di fronte al mondo. Siamo la negazione di ogni abitudine che innalza una variabile, una diversità, una separazione a ragione e volontà di qualunque legge divina o scientifica pur di distruggere gli altri dallo sguardo del nostro specchietto retrovisore. Siamo e con noi sono-saranno, tutto in una possibilità ma di orizzonti e di mondi. Così mi rivolgo la classica domanda da uomo sufficientemente superficiale e stupido: da dove provengo? Da dove proveniamo? Nello specchietto retrovisore c’è il nostro inizio, ma cos’è? Forse, semplicemente, è proprio quel qualcosa che fa da scintilla, da spinta ad ogni altra cosa. Mi viene in mente che si possa intendere così, come qualcosa di estremamente lineare e riduttivo. Eppure l’inizio è complesso. Una sorta di impulso creativo a metà, dove si dà la spinta iniziale per lasciare che qualcosa sia poi libera di esistere, di venir fuori e di andare contro la prospettiva iniziale. Ragionando in questi termini mi sembra che sia un miscuglio di ordine e disordine, un atto di ribellione comunque sia. Una marcia che prende il moto dal primo accenno di nota, va poi per la sua strada, cambiando persino il ritmo, nella possibilità offerta da tutto ciò che potrà accadere in seno alla libertà di scegliere altre direzioni. .:.