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hermansji

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30 luglio 2007

Mi rendo conto che questa lettera verrà ad infastidire le tue calde giornate. E dalle foto che hai mandato di nascosto ad Isabella, vedo che la tua compagnia è migliore della mia. Ora che ti scrivo vedo che sei a monta di un bel cavallo nero. E ti tiene con sicurezza, da dietro, un uomo che non conosco. Mentre io sono perso tra i miei soliti progetti. Carte sparse per casa e polvere. Polvere. Finestre chiuse perché i miei occhi non sopportano più la luce del giorno. Si lo sai meglio di me che il mondo non si è accorto di me quando sono nato figurarsi se prima che io muoia riuscirò a cambiarlo. Eppure. Eppure… rammenti quello studio sulle camole della farina? Pare ci siano degli sviluppi. Una settimana fa un giovane ricercatore mi ha contattato. Ha un finanziamento tra le mani e voleva chiedermi di riprendere con lui gli studi sul nuovo antibiotico. Sai come sono fatto. Mi sono preso il tempo di riflettere. A modo mio. Infondo qui tutto è mio. Scusa se ci sono delle macchie di inchiostro qui e là. Uso ancora il vecchio pennino e l’inchiostro ricavato dalle bacche di mirto e di ginepro. Si, sono vezzi che con l’età si sono acuiti. Ma cosa importa. Infondo non devo avere a che fare con nessuna donna. E la casa andrà in malora da sola come me. Senza far rumore …

Forse sarebbe il caso che ti dica perché ti scrivo. Il fatto è … che non ho trovato nessun buon motivo. Ed allora ti scrivo. Basta. Senza domande. Buttale tu, a caso come i dadi, vedi cosa esce fuori. Ma so che non hai nessuna voglia e starai facendo spallucce ripetendo dentro di te: vecchio pazzo, vecchio pazzo. Magari con quelle piccole tue inflessioni sulle vocali, dolci all’inizio e poi aspre alla fine. Vedi è soprattutto il modo in cui non riusciamo ad ingannare le circostanze la ragione che svezza le pieghe del cuore. Così adesso che ho riposto ogni segreto nelle pagine bianche che non sono più riuscito a scrivere. Separando da me tutte le paure, ora mi sono scelto il giorno per cominciare a nascondere la calunnia dei miei dogmi. E respirando fragilità e polvere, mi sono assuefatto del pensiero, il quale non mi abbandonerà nello stesso versante del colmo, dove mi aspetta la caduta, l’abisso profondo dove stanno i draghi ed i rovi carichi di more. Così se tornerai, se verrai, fallo quando c’è l’odore del sale nell’aria, portando la tua veste migliore. Quel giorno mi troverai a terra, seduto con la schiena contro il piede del pianoforte, gli occhiali rotti e lo sguardo fisso nel vuoto. Quel giorno non riflettere la mia ambigua luce, come fanno certe pietre, perché ho un gatteggiamento tutto mio. E quando è caldo scava come il mare la morbida sabbia. Ma quando è freddo sanguina ai bordi come il ciclo delle donne. Non chiedermi inutilmente perché? In effetti a guardarci dentro dall’esterno, in tutto questo, mi ricorda un poco quei giorni in cui volevi tanto che ti regalassi qualcosa che avesse un senso profondo. Ed avevo scelto, rammenti? Avevo scelto quel largo cappello di foglie di cocco. Mi ricordava le giornate d’agosto ed il farsi del mezzogiorno con quello strano disegno tra gli olivi. Come le ali d’un volo. Così volevo che ci fosse il sole sulla tua testa. Il suo calore con te.
Si. Mentre ti scrivo ascolto ancora quel vecchio disco. Fruscia tranquillo il grammofono e si muove in queste stanze il violoncello, come è seducente, con la sua grassa voce, propone, propone e poi dispone. Ed in effetti, nella mia ora, bussano le ombre al mio cuore perché certi giorni mi dedico tutto ad appagare le frustrazioni degli altri. Certi altri stringo i pugni e tra le dita, tra le dita riposa un piccolo gatto con le ali di rondone. Ma quando verrai, non chiedermi perché il colore della mia aura sia blu scuro? Infondo le trasparenze sono belle per questo. Come quando il vento ti scompigliava arrogante i capelli e c’era la mia mano a ordinarli. Tu t’arrabbiavi perché non ti trovavi mai bella come ti vedevo io. E’ cresciuto il lychee. Carico di frutti anche se nessuno gli dedica affetto. E’ cresciuto.

Prendi oggi, sono venuti i piccioni ed uno di loro conduceva sul suo becco una piccola foglia di salvia. Lo so che dalle tue parti questa pianta è maledetta. Ma io ho sempre pensato che fossero storie scritte alla rovescia. Così l’ho preso come un dono e l’uccello ha accettato lo scambio tra un pugno di grano e la sua foglia. Ora mi tiene compagnia mentre ti scrivo. Perdona le macchie d’inchiostro e questa calligrafia traballante. Lo sai non mi è mai importato nulla degli occhi. Così ora loro non si curano del “bello stile”. A qualcosa bisogna pur rinunciare anche se mi manca la coerenza per arrivare fino in fondo. Me lo rimproveravi sempre. Hai talento ma preferisci regalarlo che farlo fruttare. I mediocri con una briciola delle tue doti farebbero fior di quattrini. Ma sai ho fatto un giuramento tempo fa ed a quel giuramento mi sono attenuto. Salvare una vita umana quindi, anche se ora avrei bisogno d’una buona lavata, di panni freschi di bucato o di qualcuno che metta un poco d’ordine a questa casa, ecco, alla fine non me ne frega assolutamente niente di calcolare il valore delle cose. E rido se ci penso. Si, ci penso. Non ho niente ed avrei potuto avere tutto dalla vita. A te non viene da ridere? Tutti hanno rubato. Tutti hanno preso il loro pane. Ed io non ho buoni neanche più i denti. Non lo trovi così divertente?
Ecco, vedi. Non avevo molto da dirti. Quindi ti saluto, a modo mio si intende, fa conto che ho spento d’improvviso la luce e che ti è sembrato di sentire dei passi andar via.
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ricordo di ingmar bergman

Si è spento oggi uno dei mie registi preferiti. Ingmar Bergman. Forse uno dei registri più raffinati, colti ed al tempo stesso più visionari che la storia del cinema possa ricordare. Senza disconoscere il talento di altri, e ne sono molti, credo che in Bergman l’espressività, la complessità delle sceneggiature, le inquadrature straordinarie, tutte queste capacità riuscissero a convivere perfettamente. Ha dimostrato di saperci raccontare i dettagli di storie molto distanti fra i generi. Dunque, un omaggio dovuto almeno per me.


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gli alberi ci osservano

Questo è lo sguardo di un albero ferito dall’uomo. Vorrei che qualcuno lo ricordasse prima di appiccare un incendio.

blessure01_mini.jpg

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still

Musica di Hermans JI 1999-2007 – Tutti i diritti riservati


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mercurio

Musica di Hermans JI 1999-2007 – Tutti i diritti riservati

Caldo ed ali nere.

Prendi il volo così,

senza parole e senza premure,

non cercare risposte nel vuoto.

Lo spazio è solo un modo per restare.

Cambia tutto e tutto scava

solchi ed altre profondità.

Non è solo questo.

Così certe ali nere

sono adatte

per restare in volo,

senza smarrire inutilmente piume.

Ma dai

è un altro no

od un altro si?

Me lo insegnerà il sangue

il percorso del cuore.

Così scende e cade

goccia a goccia.

Ma non è proprio un dolore,

anche se ama esibirsi

sull’oscurità di queste ali.

Raccontami qualcosa

che si annodi al tutto ed al niente.

Addomesticato

ai tuoi principi ma ancora rosso.

E più fa caldo e più si dilatano le arterie.

Quante abiure sull’amore donato

per non voler dire la verità.

Racconta la carne

qualcosa di noi.

E quando finirà

altra carne ci piangerà.

Se vuoi mentire,

puoi raccontarmi

di quando Dio si fece tra noi…

ma i sogni no,

come elettrodi

registrano quello che non vorremmo dire

e predicono ciò

che solo ali nere hanno sorvolato.


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le tre bocche del silenzio

accosta le persiane
mi fanno troppo male gli occhi
chissà poi perché
c’è un piccolo dolce sul tavolino
con quale lingua sai tacere
questi giorni sono labirinti
e dove v’è ombra manca di sole
così dove scalda il sole inseguo ombre

poi tocca anche pulire
tutte le piume degli angeli

ma non c’è un suono che riesca a ferirmi
più del tuo silenzio
e provo a pensare al tuo giorno meraviglioso
ed ammetto questo mi consola

così prende colore il riverbero di ogni caduta
con la mente da bambino intravedo l’arcobaleno
e mi intestardisco perché sia così … in ogni colore
ed ammetto questo mi fa cantare

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herr mannelig

Dimmi come ho il cuore. Se ti sembrerà così vasto, potrebbe essere solo il posto dove ho chiuso le porte alla mia fede. Ma se vedrai tanta oscurità e poi, improvvisamente, una piccola stella, allora avrai scorto la mia anima assopita. Svegliami … svegliami se puoi. Rendimi umano se puoi.

Dimmi come ho il cuore. Se avrai rosse le dita,dopo averle intinte in esso, potrebbe essere perché era stinto

il colore dei sogni. Ma se quel liquido ti sembrerà caldo, forse brucia la mia piccola anima di febbre di vita.

Brucia nel suo dormire. Svegliami … svegliami se puoi. Rendimi umano se puoi.

Sarebbe bello non avere questa pelle che fa male, attraversare l’aria come i canti, poter aprire gli scrigni e disperdere i tesori. Vedere sorgere il sole attraverso la rugiada di un inquieto fiore.

Sarebbe bello avere e non desiderare di possedere. Ma tu conosci tutti i miei nomi e non mi sveglierai.Sai chi sono ed odi il mio amore perché ho inghiottito l’anello dello nostre nozze.

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Esistono sistemi "morali" nei quali, in caso di dubbio, al soggetto è fornita una giustificazione per operare la scelta. Ed esistono sistemi "immorali" nei quali la necessità diviene l'unico argomento per rendere accettabile la scelta. Poi vi sono sistemi "individuali" dove è possibile lasciarsi guidare dalla coscienza e molto spesso essa risiede nel cuore. L'uomo appartiene contemporaneamente a tutti e tre i sistemi. Così come colui che comprende e determina le decisioni da prendere e quelle che non si verificheranno mai. Accanto alla libertà umana vi é la libertà di Dio.

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