oceano

Pubblicato il 11 novembre 1997 in prosa da hermansji

Ascolto “Loosing The Light”
dei Blood Stained Host

Ogni rumore, in quel piccolo appartamento, era venuto ad acquietarsi, per far spazio al violino demoniaco del sonno. Un vecchio con molto zelo e la barba incolta, tipica delle divinità, che con dita tozze si divertiva a a sfregare le parti di quello strumento. Si aggirava per le stanze passando attraverso le porte chiuse, per distillare ad ognuno le gocce del suo dolce, o a seconda dei casi amaro, oblio.
Fu così che Miele si lasciò ubriacare e si risvegliò nuda, sulla riva di un torrente in piena, sotto il calore di un sole amabile. La corrente scendeva, in perpetui gorghi, senza fine, eppure sembrava che, in certi punti, fosse statica: sì… lo era!!!. Nei nodi, tra una corrente e l’altra, non vi era movimento, l’unione perfetta delle infinite voluttà dava luogo al finito. Là si sarebbe respirata una migliore pace, un bene prezioso.
Improvvisamente il suo corpo sentì il bisogno di allontanarsi da quella terra, farsi trasportare dalle correnti, ma la mente ricordava che le sue gambe non l’avrebbero concesso. Eppure l’istinto fu così forte che alla fine si lasciò andare. Una volta nell’acqua, le sembrò di non avere peso né misura: quasi quella massa fosse una sua appendice.
Il suo corpo era cambiato e continuava a modificarsi come il movimento di quella corrente irrefrenabile. Le gambe si muovevano ed erano mosse mentre tutto il suo corpo veniva accarezzato dai flutti.
Un movimento brusco le fece entrare acqua nella bocca, ma non era salata anzi dolce: in verità le ricordava un fiume di brandy (se mai ne fosse esistito uno). Raggiunse in poco tempo la meta.
Quando si distese sulla quiete del nodo, l’effetto distensivo durò poco e sentì il bisogno di rituffarsi. Notò allora il mutamento più radicale, la sua statura era diminuita, come avesse perso dieci anni.
Inorridì al pensiero di essersi consumata come una candela e quando rimirò il percorso compiuto non distinse più la spiaggia dov’era stata al risveglio. Si trattava, in realtà, di uno dei tanti nodi creati dalle correnti. Ma in acqua, in quell’oceano di sensazioni e profumi, c’erano altre donne, tutte di età diverse, che giocavano tra loro a seguirsi. Si trattava di Miele… sì nelle varie età: dalla nascita all’oggi. Cellule moltiplicate da un’unica Unità e divenute autonome per vita propria.
Non riusciva a credere ai suoi occhi e pianse, finché non fu mattina e si ritrovò nel suo letto. Squadrò stranita la stanza ma l’oceano aveva lasciato il posto alle coperte attorcigliate.

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collegamenti di baricentri leggermente spostati

Pubblicato il 11 novembre 1997 in prosa da hermansji

Camminavano le forme di quelle parole che proprio non volevano uscire e proiettavano tutto il loro dolore sui muri circostanti. Il male di non poter essere pronunciate.
Maldite parole, in ridondanti circoli, mentre cercavano di trovare spazio fra la mente e le distanze di quel vuoto calore. E scendevano giù i capelli nel headbanging per risalire più scompigliati mentre violenti riff uscivano ad incastonarsi fra tutte le pareti di quella stanza.
Le note di quella jam, avrebbero fatto impallidire chiunque, generi si combinavano fra loro come se le dita di Miele fossero magiche: sonorità neoclassiche divenivano pesanti ed aggressive, intervallate da suoni jazzati e divagazioni sperimentali per inoltrarsi in territori ruvidi cadenzati di stampo death-ambient.
Un gran calderone di infinite tonalità notturne in cui solo Miele sapeva quale sarebbe stata la via da seguire, mentre ossessivamente ripeteva:

«veloce segue la mia nera nave
le sue onde inquiete
ma dentro al cuore ho un pianto
che tu non riesci a placare
veloce segue la mia nera nave
le rotte una ad una senza dormire»

Ma tornava più smaniosa la voglia di spingere a profusione quelle vigliacche sensazioni fuori, provando a spuntarla su sé, sugli affanni, sulla gente dagli occhi lucidi. Tutto intorno erano accese candele profumate di vaniglia, come in un rito d’una melodia che è lo spirito una volta che si arriva a scioglierlo nel pianto.
Le parole s’erano fatte più restie, difficile che si sarebbero coniugate con quel rituale. E le era uscito un improbabile tango distorto da ombrosità dark, prima di gettarsi a terra esausta e rompere con il suo corpo il bicchiere di cristallo con il quale s’era scolata lo spumante.
I suoi occhi non riuscivano ad aprirsi come delle tapparelle troppo vecchie, e si era sognata di vendere per strada un suo dipinto, tra l’indifferenza generale dei passanti, mentre una lucertola blu elettrica, le dormiva sul capo.
«Guardate gente vi interessa? E’ un dipinto originale. Lo vendo a poco. Cosa sono per voi quattro quattrini? Lor signori non possono negarsi un’opera di inestimabile valore artistico. Guardatela, osservatela!! Che ne dite? Si adatta alla vostra casa a meraviglia… presto signori, quattro danari e questo gioiellino sarà vostro. Non siate diplomatici buttatevi nella compera!! Solo quattro quattrini ed il mondo vi sorriderà in un altro modo!!»
Un signore grassoccio s’era avvicinato per osservare meglio.
«Un dipinto? Ma di che parli? Io vedo solo una tela bianca.»
«Tela bianca? No signore questa non è una tela bianca mi prendete in giro…» lanciò un occhiata e si spaventò. Non v’era nessun dipinto solo un desolato sfondo bianco con un orribile insetto metallico, che scuoteva maligno le sue ali. Intanto si riunivano di più i curiosi e lo spazio divenne privilegio per pochi.
La lucertola avvertì la presenza dell’insetto e fu lesta a consumare il suo pasto. Miele osservò con orrore i volti di tutta quella gente… occhi lucidi e guance gonfie.. sempre più gonfie, mentre la pelle del loro volto si colorava di verde scuro.
Fu allora che sentì le loro infernali voci gutturali, ripetere all’unisono i medesimi fonemi:
«GrAgRaGrAgRaGrAgRaGrAgRaGrAgRa» e tentò di divincolarsi per fuggire da quella diavoleria ma…
«Miele che c’è?» era corso Pietro districandosi tra quella marea di coperte, vestiti, dischi gettati alla rinfusa.
Miele era sdraiata a terra e vaneggiava su rane che la inseguivano a cavallo di insetti metallici, mentre la sua camicia era sporca di sangue.
«Mamma presto la scatola di pronto soccorso» e prese in braccio la sua cuccioletta dirigendosi al salatto.
Quando era caduta sul bicchiere le schegge di vetro erano penetrate nel suo fianco e furono momenti terribili, nel tentativo di farle riuscire con l’aiuto dell’acqua ossigenata.
«Perché l’ha fatto? Ridursi così…» si chiedeva Sofia, e se lo chiedeva anche Pietro ma difficilmente avrebbero ottenuto una risposta senza dover litigare.

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